Benelli 2Riproponiamo un racconto pubblicato nel 2007.
Sembra alludere al Benelli 2. Quindi, anche se metaforicamente, il disastro ambientale del benzene dell’Amga era facilmente prevedibile?
Che hanno da dire ora i politici che votarono quella concessione edilizia? Ora che verranno pagati dal Comune – cioè da noi – i milioni di euro necessari per la bonifica?

- 1995 -

“Scendo giù”.
Aveva infilato la passerella della barca in tutta fretta e senza guardarsi intorno era sceso sottocoperta. Non sembrava l’ospite di una gita in barca.
L’ingegner Della Casa, proprietario del piccolo ma elegante yacht, non rispose alla frase che – nei modi spicci dell’altro – aveva avuto funzione di saluto. Accese il potente motore che cominciò a borbottare a basso regime conducendo dolcemente la barca fuori dal porto.
La giornata era limpida, il mare leggermente toccato da una brezza da fare invidia a chi era rimasto in città.
Mentre la barca si spingeva al largo, ci si poteva girare a guardare il profilo della città, le case, il porto, le spiagge. Andando con lo sguardo verso Cattolica la costa diventava irta, scoscesa e verdissima, trasformata molti anni prima in parco naturale e quindi quasi protetta dall’assalto speculativo; così bella che il tenore più famoso e ricco del mondo se n’era comprata una fetta, comprensiva di una grande casa. Guardando verso sud invece, si poteva vedere Fano, così vicina che sembrava di toccarla, mentre più in là si riusciva a vedere il profilo imponente del monte Conero, distante sessanta chilometri. Arrivati qualche miglio al largo, l’ingegnere, spento il motore, gettò l’ancora. “Puoi salire!” gridò all’uomo sotto coperta.
“No, scendi tu!”
“Non siamo ridicoli! Sei coperto come un palombaro e siamo in mezzo al mare, chi vuoi che ti veda?”
L’altro si affacciò dalla scaletta. “A me il mare mi ha fatto sempre schifo…”
“Detto dal sindaco di una città di mare…”
“Chi se ne frega del mare!”
L’ingegnere non fece fatica a capire che il sindaco era nervoso, e non solo perché si trovava in mezzo ad un ambiente che sentiva ostile e sconosciuto.
“Ho capito, veniamo al sodo. I miei accettano di aumentare la vostra parte al sei per cento ma in cambio…”
Lasciò il discorso in sospeso, cominciando a “fare su” una cima in maniera esperta, come un vero marinaio.
“In cambio che cosa? Non siete ancora sazi?”
“Calmati… è un affare anche per voi, avrete il sei invece del cinque come avete chiesto, ma di una torta più grossa. Ci guadagnate molto di più.”
“Spara. Cosa volete?”
“L’ex manicomio, il vecchio carcere minorile e la ex caserma.”
“Cooosa? È mezza città! Siete impazziti?”
“No, sappiamo di cosa avete bisogno… noi ce l’abbiamo, e vogliamo cogliere l’occasione per ridisegnare il profilo di questa città. A proposito, ancora una cosa, anzi, due…”

Il sindaco, che aveva in testa un cappello da pescatore color nocciola e portava una camicia di jeans e dei pantaloni sportivi kaki, taceva e guardava davanti a sé attraverso gli occhiali scuri, ma sicuramente non stava guardando l’orizzonte verso la Jugoslavia, dritto che sembrava un taglio fatto col bisturi. Stava guardando ciò che stava per diventare la sua vita. E se stesso. In cuor suo aveva temuto che sarebbero arrivati a quel livello di pretese e non era sorpreso, solo che era stato più facile raccontarsi che forse si sarebbero accontentati. Ora era in mezzo al gioco, un gioco a cui si era prestato consapevolmente e d’accordo con Roma, ma era comunque un colpo duro. Per un attimo gli passarono davanti gli anni della giovinezza, la politica come passione, la militanza.
Era saggio e accorto anche da ragazzo, ecco perché aveva bruciato le tappe nel partito. E comunque era uno che ci aveva creduto. Non si ricordava più come ci fosse finito su quella barca, si sentiva stanco, sapeva che avrebbe dovuto dire di sì a tutte le richieste e che anche da Roma, i “suoi” gli avrebbero detto di accettare. Doveva solo dire di sì a tutti, non era difficile.

“Ti stavo dicendo – il sindaco ebbe un piccolo sussulto, come risvegliandosi da un torpore – che c’è ancora una questione da chiarire: dobbiamo aumentare la cubatura del Non Cemente. I piani, col progetto revisionato, diventano tredici invece di cinque. Ovviamente, i posti auto rimangono gli stessi”.
“Ma come?” pensò – le parole dell’obiezione che avrebbe voluto fare gli rimbombavano in testa. Avrebbe voluto dire a voce alta quel pensiero, dire che i parcheggi erano insufficienti anche col vecchio progetto, e ora volevano triplicare la cubatura? E poi, che tre palazzi enormi, in centro, erano una cosa sproporzionata. Chi lo avrebbe detto alla gente? Per un momento pensò che l’ingegner Della Casa avesse spiato i suoi pensieri, perché con un sorriso accattivante che chiedeva complicità stava dicendo: “…e poi non cominciate a rompere i coglioni con la storia dei parametri, un parcheggio ogni tanti metri di appartamenti e uffici, eccetera. Sapete che è una stronzata che ci farebbe perdere un sacco di soldi.” Pausa.
“Va bene” la voce era un filo, sottile come la brezza che aveva soffiato costante fino a quel momento.
“Dovresti essere contento invece di avere quella faccia! – l’ingegnere era eccitato, la buona conclusione dell’affare lo aveva portato su di giri – Aspetta qui, scendo a prendere uno sciampagnino che avevo messo in fresco, bisogna festeggiare questo momento storico…”

Era passato qualche minuto da quando Della Casa era andato sottocoperta e il sindaco era rimasto in compagnia dei suoi pensieri. Aveva percepito vagamente che l’altro era sceso a prendere qualcosa da bere. Aspettò ancora un po’. “Gianni!” disse sforzandosi di alzare la voce. Era ancora intorpidito, aveva involontariamente assunto una posizione infagottata sulla poltroncina e solo ora si stava rendendo conto di quanto stesse scomodo.
Da giù non proveniva suono.
Allora si alzò, approfittandone per sgranchire un po’ i muscoli contratti, e si avvicinò alla scaletta gridando verso il boccaporto: “Gianni! Sei vivo?” il sarcasmo testimoniava che il sindaco aveva ritrovato un contatto più lucido con la realtà. Cominciava a preoccuparsi; era strano quel ritardo, ma disse fra sé e sé che forse l’altro aveva approfittato della discesa per andare in bagno. Aspettò ancora per qualche secondo, poi, con un misto di curiosità e inquietudine scese la scaletta cercando dentro con lo sguardo attraverso il vetro del tambuccio.
Divanetti di pelle chiara arredavano un ambiente di grande eleganza reso più suggestivo dall’effetto giocato dalla geometria degli oblò, che sembravano tanti quadri iperrealisti sul tema del mare. Tuttavia la luminosità era molto inferiore a quella a cui i suoi occhi si erano abituati in coperta e pur vedendo, avanzò con circospezione, dirigendosi verso quella che pensò essere la porta della cambusa.
Lo vide subito. Era disteso, ventre a terra, in una posizione innaturale, con la faccia piegata da una parte. Due flûte erano appoggiati sul piano cucina, mentre una bottiglia di champagne era rotolata poco più in là, ancora intatta.
“Cazzo.”
Ebbe la sensazione che il sangue gli uscisse tutto insieme dalle vene togliendogli le forze. Istintivamente si avvicinò, gli prese il polso come aveva visto fare da qualche parte. Non sentiva niente. “Cazzo no!”
Della Casa – il noto imprenditore edile – era morto stecchito e lui, il sindaco, era lì, sul suo yacht, in mezzo al mare, da solo. E non sapeva nuotare.

- 2012 -

(…) …Pesaro è una città abbastanza inquinata, ma con problemi – come si diceva – relativamente piccoli, almeno fino ad oggi.

Oggi si inaugura, alla presenza delle autorità, il “Non Cemente”, la controversa opera residenziale voluta dall’ingegner Della Casa, morto qualche anno fa per un infarto che lo colpì nel corso di una sventurata gita in barca con l’allora sindaco Vecchi.
L’onorevole Vecchi – si, è sempre lui: – ha fatto una bella carriera dopo che da sindaco superò senza imbarazzi i cattivi pensieri di alcuni circa la sua presenza sulla barca dell’ingegner Della Casa – è venuto a inaugurare il monumentale complesso edilizio e a scoprire una targa ricordo voluta dalla cordata degli amici e colleghi imprenditori edili dell’ingegnere. Il nome dell’opera allude, nelle intenzioni dei costruttori, all’uso di particolari materiali, rispettosi – si dice – dell’ambiente. In generale l’intervento sarebbe caratterizzato da una grande attenzione ai risvolti ecologici, al punto che sono stati piantati persino alcuni alberelli.
I detrattori dello stesso intervento hanno visto invece in quel curioso nome un vistoso lapsus rivelatore delle qualità intellettive di qualcuno. La costruzione del complesso edilizio è stata assai travagliata per via delle numerose pause dovute alle proteste sempre più insistenti e organizzate degli abitanti della zona, proteste che via via si sono allargate a tutta la città. Ci sono stati sit-in, interpellanze al nuovo sindaco, sono nati comitati, tutto ciò dopo che l’opinione pubblica si è resa conto dell’impatto che la costruzione dei tre palazzi avrà sulla qualità dell’aria e della vita.
Per non parlare delle ripercussioni sul già caotico traffico. C’è infatti una incomprensibile quanto vistosa sproporzione fra il numero degli appartamenti e quello dei nuovi parcheggi. Dove si metteranno tutte quelle auto?
Inoltre, già da qualche mese, a costruzione non ancora ultimata, si è cominciato a notare che i palazzi sono talmente alti da influire sul clima.
In gran parte del centro non si vede più la luce del tramonto perché alle tre del pomeriggio già non c’è più il sole. Un po’ tutti si lamentano, pochi si erano resi conto prima d’ora del ruolo che gioca la luce del sole nella nostra vita, un ruolo vitale che influenza l’umore e il nostro rapporto col mondo. E la luce del tramonto è ancora più importante, perché dice all’orologio che sta dentro al nostro cervello di prepararci alla notte, al riposo. Questo orologio biologico adesso ha preso a funzionare male in molti abitanti del centro, soprattutto nei bambini che si ammalano più spesso di prima.
In questo clima di crescente disagio si alzano le grida preoccupate degli operatori turistici – quella turistica si dice sia la vocazione della città – che servono solo ad aumentare il clima di tensione. Molta gente, in un improvviso sussulto di partecipazione alle sorti della propria città, comincia a chiedersi di chi sia la colpa.
Tanti imprecano e si abbandonano a minacce, chi contro il nuovo sindaco, chi contro la classe politica in generale. Si scopre che tutte le licenze, le concessioni e i permessi sono stati rilasciati molto tempo prima, nel silenzio e nel disinteresse di molti. È tutto a posto, tutto regolare… la legge e il diritto parlano chiaro e blindano i progetti approvati; ruspe e scavatori possono iniziare il loro cieco, chirurgico lavoro.
La nuova consapevolezza crea un’angoscia che rende esitante il tono delle voci.
“Che succederà ora? Si potrà evitare questo macello?”

Così si uccide un tramonto.
Dicono si chiami democrazia.

da Nero Marche, Ennepilibri, 2007. Per gentile concessione dell’autore e dell’editore.
Il riferimento a fatti e/o persone realmente esistiti è puramente casuale