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Quella mutazione antropologica…

By Pereira | Politica

L’analisi della sconfitta elettorale fatta dal sindaco di Pesaro (il collegio in cui Minniti è arrivato dietro al 5 Stelle mariuolo e ad una candidata berlusconiana) è molto interessante perché viene direttamente dal Nazareno, il quartier generale del Pd nazionale. Egli dice che “la sconfitta è il prodotto di una mutazione antropologica” queste sono quindi le parole di Renzi e dei suoi più stretti collaboratori. È una spiegazione molto significativa. È la prova del nove della incapacità di un intero gruppo dirigente di apprendere dall’esperienza fatta e imparare dai propri errori con umiltà e spirito critico. Non si è sentita – né, temo si sentirà – una parola sincera di autocritica sull’arroganza del referendum, sulle bugie infantili – “Se perdo il referendum vado a casa” – e sul sanguinoso prezzo in termini di credibilità umana e politica che ignorare quella promessa ha comportato, sulla responsabilità di aver fatto una legge che consente alle aziende di assumere un ragazzo di 20 anni per due mesi chiamandolo la sera prima alle 23 per dirgli dove lavorerà la mattina dopo e con quale mansione. E mi fermo qui per non prendere due pagine. Mi limito a dire che quel ragazzo di vent’anni ha una famiglia e tutti loro si sentono umiliati da una legge che non è stata fatta da Berlusconi o dai 5 Stelle ma dal partito che per decenni aveva rappresentato le famiglie dei lavoratori. Bisognerà ricordare ai renziani che quella famiglia vota.

E’ la prima volta che vedo una classe dirigente così cieca e non trovo spiegazioni… o forse si, forse i renziani sono il frutto di una ‘mutazione antropologica’…

Pereira

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Pereira
Della prima parte della mia vita, molti di voi già sapranno grazie ad Antonio Tabucchi, della seconda invece pochi sanno. Per carità, non che ci sia molto da dire ma visto che i ragazzi della redazione insistono... Venni qui dopo un lungo peregrinare da un paese all’altro, fuggendo da quel paese senza libertà che era diventato il mio paese, il Portogallo, negli anni ‘30. Arrivai subito dopo la guerra e mi trovai così bene da decidere di rimanere. La gente allora era accogliente, nel paese si respirava – grazie al clima di dopoguerra – una voglia straordinaria di fare, di ricostruire e anche io diedi il contributo. Oggi si direbbe che lo diedi da “straniero”, da “migrante”. Ma ero poi così straniero, cioè “estraneo” a questo paese? forse no, visto che sono ancora qui e considero questo paese come l’altra mia patria. Vedi anche questo post

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