LETTERE E PEZZI D’AFRICA / SawaSawa – Capitolo 2: Muzungu

By Carlo Cecconi | Arte e Cultura, Viaggi

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Kisumu, 27.9.13

Caro Mwangaza,

eccomi finalmente qua, in Africa, dopo una serie infinita di tribolazioni iniziali comincio vagamente ad ambientarmi e a ritagliarmi del tempo per scriverti.

Giorno dopo giorno sono sempre più felice della mia decisione di voler intraprendere questo progetto, comprese le sue difficoltà e le cose per cui faccio fatica ad accettare e difficilmente accetterò.

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Dopo diverse settimane dal mio arrivo sono ancora ospite di Steven, mi avevano detto che il mio appartamento era disponibile in pochi giorni, ma il tempo in Africa riesce magicamente a espandersi, rallenta e i giorni possono diventare settimane, mesi. Il tempo africano è soggettivo, è inutile parlare di orologi e appuntamenti, ognuno ha il suo ritmo per fare le proprie cose e le situazioni avvengono quando sono abbastanza mature per avvenire. Non esiste il concetto di fretta o ritardo, il tempo corrisponde esattamente a un “avvenimento”, quindi se “l’avvenimento” per qualche ragione non ha luogo o si rimanda allora quello scarto di tempo è come se non passasse, per loro semplicemente non esiste. Così non ho nessun diritto di protestare, ancora il mio appartamento deve essere sistemato e lo decideranno i muratori quando sarà pronto – così mi è stato comunicato. Gli africani hanno una pazienza che non conosce limiti, sono in grado di aspettare ore e ore senza nessun problema. Spesso mi capita di osservare ai bordi della strada file di persone completamente immobili, apatiche, accovacciate o appoggiate al muro, sembrano fissare il nulla, sembrano vegetare in una specie di trance, ecco, non stanno facendo altro che aspettare. Cosa? Lo ignoro. Per loro quello è un non-tempo, un concetto per noi impossibile da comprendere.

Detto ciò giudicherai improponibile la logica africana del tempo, bene, loro invece vedono te, l’europeo, come uno schiavo del tempo, un fanatico inseguitore di “avvenimenti”, un uomo incapace di essere padrone del proprio tempo.

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La zona in cui vivo e vivrò è chiamata Nyalenda, è una baraccopoli di Kisumu, sicuramente non è una delle più felici zone che mi potevano capitare. Fino a questo momento avevo visto tanta miseria solo attraverso lo schermo della televisione, vivermela sulla mia pelle è una faccenda a parte. Ma non preoccuparti, era ciò che volevo, sto bene e ho tutto l’essenziale che mi occorre per vivere. Il concetto di essenziale è relativo, qui basta veramente poco per vivere. E potrà sembrare retorico ma in questa umiltà ogni piccolo sorriso si riempie di una gioia impossibile da ritrovare nelle comodità di casa.

L’Africa si è già impossessata di me, in poco tempo mi ha catturato nei suoi meandri di assurdità, mi ha già completamente assorbito nella sua realtà ai margini del reale. Da quando sono penetrato nel profondo di questa foresta nera non ne vedo più una via di fuga, sono in trappola, strano a dirsi ma ora per me è impossibile riuscire a pensare di essere in qualsiasi altro posto al mondo. È come se avessi inconsapevolmente una necessità corporea di continuare a esplorare un pianeta che finora avevo considerato infinitamente distante da me, lontano anni luce dal mio vivere, completamente distaccato dal mio essere, una terra leggendaria, forse inesistente – l’Africa per me era un luogo astratto.

Tutto ciò che poco più di un mese fa consideravo “normale” ora non lo è più, ogni cosa si è messa nuovamente in discussione, improvvisamente tutto si è capovolto, sarà forse perché sono nell’altro emisfero?

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La moltitudine delle diversità che incontro attraversa quotidianamente il mio corpo, è come se l’intero spettro dell’arcobaleno mi traforasse il petto e mi invadesse dei suoi colori per poi cambiarmi e donarmi nuove sfumature.

La mia pelle è nera. O meglio spesso mi illudo che lo sia, poi un attimo dopo mi sveglio dall’incantesimo e mi rendo conto della cruda realtà dei fatti, mi accorgo di un piccolo particolare che prima non avevo considerato, ovvero di non essere altro che un muzungu e non essere in grado di poter fare nulla per non esserlo.

Inevitabilmente sono un muzungu 24 ore al giorno e lo sarò per altri sei lunghi mesi. In lingua locale muzungu significa “uomo bianco” ma tra le lettere questa parola nasconde anche un altro significato, sicuramente più problematico, ovvero “soldi”. Così la mia persona rappresenta i soldi e il benessere, la ricchezza e l’abbondanza, la fortuna e la prosperità, sono colui che ha una vita bellissima, priva di alcun problema, perennemente felice e con un avvenire splendido. Rappresento tutto ciò che gli africani non hanno, sono lo stereotipo di tutto ciò che loro vorrebbero avere ed essere. Rappresento il vuoto della loro società, il vuoto materiale dei beni primari per cui loro combattono ogni giorno: cibo, acqua e un tetto sotto cui dormire.

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Ma non ho ancora finito, il paradosso della mia situazione è che tutti sanno che questo vuoto l’ha creato lo stesso muzungu – l’ho creato io. Un vuoto che si riesce facilmente a scorgere nei loro sguardi attoniti che fissano il mio interno attraversamento pedonale comunicandomi fiumi di parole silenziose. Cosa significhi essere un muzungu non se ne parla mai apertamente con la gente locale, sembra essere un tabù. Forse è meglio tacere in alcune circostanze, meglio tralasciare e non riscaldare gli animi ancora incandescenti, ma in fondo è chiaro ed è un dato di fatto: ogni mattina prima di uscire di casa e avviarmi al lavoro indosso i panni di una pelle colorata di vergogna e oscenità per loro indimenticabili. Essere un muzungu sottointende per molti la personificazione del male, del cattivo, del disseminatore di sangue, odio, distruzione e atrocità ai limiti dell’umano.

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Come fargli capire la mia piccola personale innocenza? Impossibile. Il vuoto ormai è incolmabile. È troppo tardi, i miei amici muzungu che mi hanno preceduto dovevano pensarci prima, strano che non l’hanno fatto visto il loro progresso e le loro ampie vedute intellettuali, non ti pare? Così spesso l’atmosfera attorno a me diventa torbida e cupa, piccole creature innocenti ripetono in coro voci probabilmente suggeritegli dai loro genitori: “Muzungu give me my money!”, oppure qualche ragazzo urla: “Go back in your America!”, mentre altri ancora ti puntano il dito e ti deridono alle spalle in una lingua indecifrabile. I più discreti mi ignorano e oltrepassano il mio sguardo con i loro occhi fissi in un punto indefinito nello spazio che si trova esattamente dietro di me – poi penso che il Kenia è libero solo dal 1963 e molti di quegli occhi hanno visto cose che neppure posso immaginare.

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Avrei moltissime altre cose da raccontare e su cui riflettere, qui ogni giorno è una nuova avventura e una nuova conoscenza, ma ora è un po’ tardi e in tavola mi stanno aspettando come tutte le sere ugali e sukuma wiki. Una sorta di polenta di mais accompagnata da vegetali locali. Dimenticavo, qui non esistono ne forchette ne coltelli, appena sono arrivato mi è stato detto: “A che servono quando abbiamo le mani?”

 

Un abbraccio,

Carlo Cecconi

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