UN CAFFÈ A NEW YORK – incontri artistici e scontri metropolitani [Cap.5: A tavola con Darwin, Thoreau e Lawes]

By Carlo Cecconi | Arte e Cultura

A casa di Darwin, Thoreau e Lawes è il quinto passo alla scoperta della Grande Mela davanti a un’improbabile tazza di caffè.

NYC, 9/8/2012

A tavola con Darwin, Thoreau e Lawes

Non so perché ma ogni volta che attraverso l’High Line mi innamoro della prima che passa.
Sarà quest’atmosfera rilassata e distesa che la caratterizza, sarà la spensieratezza dei passi che si abbandonano al loro destino nel tepore serale, sarà il fascino della stupenda veduta del fiume Hudson, o forse sarà semplicemente la pace emanata dalle piante esotiche che mi affiancano, fatto sta che puntualmente mi succede ogni volta. Un ingenuo sorriso sconosciuto mi cattura, si impossessa in un lampo di ogni pensiero finché pian piano si dissolve nel nulla.
Consiglio a tutti di perdere un’oretta nell’High Line, sembra di proiettarsi fuori dal tempo, lontano da New York. L’High Line è un perfetto esempio di utopia architettonica realizzata e funzionante, si tratta di un vecchio binario ferroviario sopraelevato dismesso, ora riqualificato e trasformato in giardino pubblico.
Scendo le scale e mi ritrovo di nuovo in strada, sono nella 10th Avenue, cerco di abbandonare ogni piacevole distrazione e di concentrarmi unicamente sull’intervista che dovrò fare a Rob.
Sto raggiungendo l’artista direttamente nella galleria dove lavora, Mixed Greens, a Chelsea.
Questo quartiere è multietnico, prevalentemente industriale, ma ciò che più mi colpisce è la montagna di gallerie d’arte che lo sovrasta. Ovunque mi giro vedo insegne di mostre e di artisti, ci sono così tante gallerie che non capisco dove finisce una e inizia l’altra, si incastrano fra loro come il gioco di Tetris. Esistono perfino palazzi interamente dedicati a gallerie d’arte, sembrano non finire mai. Alla fine ho quasi la nausea.
A Chelsea le gallerie in verità sono dei funghi, crescono in ogni dove in tempo record, sono dei parassiti di quella location che li fa godere della fama in tutto il mondo. A mia insaputa sono stato circondato da tracotanti vetrine colme di quadri e sculture, sono nel pieno centro del vorticoso mercato del feticcio artistico.
Giungo nella ventiseiesima strada, a Mixed Greens. La galleria è vuota, l’artista mi accoglie interrompendo i suoi duri lavori di allestimento. Ho deciso di conoscerlo qualche mese fa, quando sono andato a vedere un’inaugurazione nello spazio non-profit Art in General. Qui c’era una sua istallazione davvero molto curiosa che senz’altro merita di essere discussa e approfondita.

Faith in a Seed è composta da una grossa struttura triangolare in legno alta circa due metri posta al centro della sala, a primo sguardo non si capisce la sua funzione, piuttosto si è attirati dai tre video proiettati nelle pareti. I video mostrano la crescita di alcune piante attorno a delle architetture in miniatura, la velocità del video è accelerata tanto da poterne vedere l’intera crescita in pochi minuti.
I colori, gli effetti, le inquadrature e i suoni dei video richiamano atmosfere fiabesche e la loro poesia mi ammalia. Plasmano un mondo irreale, così finto e così distante dal nostro, mi fa pensare a terre di gnomi e di fate sperdute nella mia fantasia. Sono tre sogni incantati.
Molto bello, ma fin qui nulla di troppo eccitante. Giro attorno alla sala e mi accorgo che una scaletta affianca quella struttura centrale, vado a vedere dove mi porta e mi affaccio verso il suo interno. Ed è così che l’opera riesce veramente a sorprendermi, scopro che quel grande triangolo di legno nasconde il mondo ricreato nei tre video.

Poco prima ero entrato in contatto con quel mondo grazie ai quei tre video instaurando la solita logica della finzione dell’opera, per cui ogni spettatore è portato a prendere per vero ogni cosa che vede – e ora mi ritrovo davanti a tutta la sua cruda realtà.
Un paesaggio costituito da varie specie di piante poggia su un grosso tavolo ed è abitato da tre casette, proprio quelle che avevo visto nei video, ai lati del tavolo sono sospese tre macchine fotografiche puntate su tre particolari di quel paesaggio e in tempo reale scattano delle fotografie in sequenza che vanno ad aggiungersi ai rispettivi video in time-lapse, in costante divenire.
Realtà e finzione dialogano, si equivalgono, e confondono la posizione che devo assumere come spettatore. Da una parte mi sento in colpa di aver scoperto il backstage dei film, dall’altro mi compiaccio di aver capito come vengono realizzati.
In questa istallazione l’artista svela i suoi trucchi, mette in mostra la tangibilità delle sue immagini, annulla il gioco di finzione dell’opera d’arte.
In Faith in a Seed la dualità realtà-finzione è messa a nudo, il suo equilibrio è rotto per sempre nell’attimo esatto in cui mi affaccio da quella scaletta.
Tuttavia questo forte impatto che provo con l’opera non è la sola ragione per cui è stata creata. Rob mi spiega tutta la sua ricerca a riguardo e mi fa riflettere su molti altri aspetti che non avevo considerato.
Innanzitutto quelle tre miniature appoggiate sul tavolo in mezzo alle piante sono la riproduzione delle abitazioni di tre grandi personaggi storici: Charles Darwin, Henry David Thoreau e Sir John Bennet Lawes.
Il lavoro di Rob è spesso influenzato dall’architettura, in questo caso ha deciso di usare tre miniature per rappresentare tre personaggi o meglio tre modi differenti di concepire la natura: Darwin è il teorico dell’evoluzione, Thoreau è il poeta della vita all’aria aperta, Lawes è lo scienziato dell’agricoltura.
Darwin viveva in una casa chiamata Down House con un grande giardino pieno di piante che gli permise di elaborare la teoria della selezione naturale, Thoreau si ritirò volontariamente in una capanna sulle sponde del lago Walden in cerca di una felicità pura e radicata alla terra, mentre Lawes abitava in una tenuta di campagna, ancora oggi esistente e denominata Rothamsted Experimental Station, dedicata a ricerche ed esperimenti agricoli, tra cui lo studio dell’impatto dei fertilizzanti organici e inorganici nella resa del raccolto.

Sia Darwin, sia Thoreau, sia Lawes dedicarono interamente la loro vita ai loro studi naturalistici, agevolati dal fatto di essere nati da famiglie economicamente privilegiate.
La relazione che si instaura con questi personaggi intende abbattere le differenze dei loro interessi e mettere tutti e tre nello stesso piano di lettura: l’amore sviscerato per la natura.
Rob fa incontrare Darwin, Thoreau e Lawes nello stesso terreno, tra le stesse piante, ricorre al loro appello in nome di una sensibilizzazione comune verso la natura, verso la madre terra.
In un’epoca e in una località come New York tutto ciò potrebbe sembrare banale ma è assolutamente necessario. Mi dice che in America la produzione degli alimenti con cui ci cibiamo quotidianamente spesso è data per scontato, nessuno pensa più alla loro provenienza, a come sono stati cresciuti, in che modo sono stati raccolti. Ciò che conta non è più la loro qualità, ma il prezzo e il gusto, spesso e volentieri manipolato a piacimento dalle grandi industrie in modo artificiale.
In America nutrirsi significa semplicemente placare il proprio appetito e cercare di riempire il più possibile lo stomaco, e quindi gli alimenti sono considerati degli oggetti finalizzati esclusivamente a questo scopo.
Oggetti come altri, investiti dall’economia e dal profitto che ne deriva, per cui l’obbiettivo dei produttori è solamente quello di soddisfare il bisogno di riempirsi spendendo il meno possibile. Sono oggetti capitalistici, privi di qualunque amore e rispetto verso la natura che li ha generati.
Mi sento un moralista ora che vi scrivo, ma purtroppo è la realtà dei fatti. Qui il cibo è benzina e noi siamo automobili, nulla di più nulla di meno, non esiste umanità in merito. Il fatto che il cibo è la base del nostro benessere e dà vita alla sostanza di cui siamo fatti non viene neppure preso in considerazione.
Ma ora torniamo a parlare dell’istallazione di Rob mi sono dimenticato di descrivervi due particolari. Uno riguarda i microscopi a oblò inseriti in alcuni fori della struttura di legno centrale, cosicché ogni visitatore può esplorare l’interno e scrutare nel dettaglio una determinata angolatura di quel paesaggio. L’altro particolare riguarda i tre audio in loop udibili in tutta la sala, apparentemente confusi e misteriosi: sono tre registrazioni vocali estratte da alcuni libri dei personaggi sopraccitati. Tutto ciò contribuisce ad arricchire il senso e il messaggio intrinseco dell’opera.

Poi saluto Rob e me ne vado, è stato un vero piacere conoscerlo. Anche a Chelsea esistono veri artisti, di quelli ancora capaci a pensare e a criticare il mondo.
Mi è venuta fame, appena esco dalla galleria vado alla disperata ricerca di un sandwich, cercando di dimenticare mio malgrado le discussioni appena fatte sull’alimentazione americana, e capisco amaramente che purtroppo anche questo è un problema più grande di me, di noi, al quale se vivo qui non posso scampare.

Carlo Cecconi

Biografia:
 
Rob Carter usa la fotografia, le animazioni in stop-motion, il video time-lapse. Riflette sul significato dei cambiamenti storici e culturali dell’architettura. Dopo aver terminato i suoi studi all’Università di Oxford si trasferisce a New York e frequenta il master di arte contemporanea all’Hunter Collage. Rob Carter ha esposto i suoi lavori a Madrid, Valencia, Roma, Krems, Gdansk, Shanghai, Cicago, Filadelfia e New York.
www.robcarter.net

 

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