Zigzagando fra due voci sublimi, ricordo Lisbona nei giorni di pioggia, non perché sia triste o deludente, tutt’altro: a volte, quando proprio la pioggia non viene trascinata dal vento e diventa temporale, la sua scansione è poesia obliqua, proprio come ce la raccontava Pessoa. Camminare sotto di essa, cercare di attraversare l’una e l’altra goccia, dividersi con la gente le piccole aree riparate e sorridere: anche questo è un giorno di pioggia a Lisbona…

Non che le due voci invochino la pioggia, ma sono esse stesse pioggia torrenziale allo stato puro. Pioggia di emozioni, di forza, di voluttà. Ana Moura sotto la pioggia reale la ricordo benissimo, una sera di Sant’Antonio e gli affezionati lettori sanno già, se seguono questi lampi lisboeti, come andò a finire… Uscivamo dal giro delle case de fado e ci trovammo in Campo das Cebolas a mangiare sardine e tracannare vino rosso. Il temporale ci sorprese sotto i tendoni e gocciolanti raggiungemmo i taxi e i nostri letti. Ma la sera dopo eravamo di nuovo lì, più carichi che mai, a scoprire che la nostra resistenza era più forte di quella sfuriata violenta alle quattro del mattino. E non nascondo che quando Lisbona si sveglia con le nubi scure all’orizzonte, alte sopra il cielo basso più chiaro, è una sensazione ancora più bella, ancora più sensuale e amata di questa città dai mille colori, dalle mille forme, dalle mille vite. Quelle nubi nere che il vento spazza la mattina presto per liberare la luce di una città con vista sull’Oceano. Se tornano, al pomeriggio, la sera pioverà, ma a quel punto, sulle finestre dei locali si sentirà un ritmo ancora più scandito, fra guitarra e gocce.

Il mare, un battello, la luce da rubare… Frederico de Brito e Ferrer Trindade hanno creato uno dei brani più entusiasmanti della musica portoghese, che ha un pregio straordinario: di potere essere eseguito come lo si voglia, o nelle case de fado più semplici con una guitarra e una viola oppure con un  quartetto o un gruppo o un’orchestra. Ogni volta il tuono che scaturisce da questa “Cançao do mar” è sempre più forte, squarcia il cielo. Se a cantarla, poi, è Dulce Pontes l’effetto non è solo quello che si ha ascoltando un brano amato, ma qualcosa di più. Dulce, rimanendo nella metafora pioggia, ha un talento innato per inventare volta per volta uno scroscio nuovo, un rimbalzo di note, un ticchettio sull’ombrello aperto, il trascinare degli stivali nelle pozzanghere, il dondolarsi nelle onde sul battello, il confondere il cielo con il mare e con il fiume e con noi stessi. Sia quando l’orchestra  l’accompagna, sia quando il fado nasce attorno a lei.

Quante e quante volte mi hanno chiesto se Dulce è fado. Amalia è il fado, in larga misura, Dulce (e Ana, e altre) sono un certo fado, una certa nuova emozione. Dulce è nata con la danza e il fado, lo sente sulla pelle, ma ha voluto guardare oltre senza dimenticare le sue origini, la sua pulsione primordiale. E attorno al fado ha costruito il suo cuore, le sue tre porte: fado, più folclore, più anima: il Portogallo è questo, qualsiasi tempo ci sia sopra di noi, il caldo asfissiante dell’agosto lisboeta è mitigato dal vento fresco che viene dal mare; il freddo pungente dell’inverno lisboeta è mitigato dal vento tiepido che viene dall’oceano. In entrambi i casi non ci si stancherà mai di camminare, neppure sotto quella fine pioggia che fa nascere sensazioni e riconduce a una visione, ora ben nitida: Ricardo Reis che cammina lungo rua Alecrim per tornare all’hotel Bragança o rua Santa Catarina per arrivare nella sua nuova casa, accompagnato passo passo dal fantasma ben vestito di Fernando Pessoa. Saramago lo ha dipinto così bene fra le righe del suo romanzo che è lecito sentirsi lisboeti se un giorno, passeggiando, sentiamo questa città come la descrive lui.

E come la cantano tanti fado e tanti modi di essere fadista. “Fado loucura” è uno di questi e così torniamo all’altra voce che rimbalza in questa occasione fra le nostre entusiaste parole. E’ ancora Ana a raccontare che il fado è fado e si sente dentro nelle fadiste come lei e come tutte. Un modo di vivere e sentire che Julio Sousa ha reso immortale. Sono del fado, è una premonizione e soprattutto una dichiarazione d’amore. Come non può non esserla se dietro Ana in questa interpretazione ci sono tre musicisti del cuore come Custodio Castelo, alla guitarra portuguesa, Jorge Fernando, alla viola de fado, e Felipe Larsen, al baixo acustico. A quest’ora, la pioggia ci attende fuori dal teatro, e spinge, se proprio non vogliamo bagnarci troppo, a entrare nel primo bar, nella prima cervejaria, nella prima marisqueira. Ce ne sono tante e in tutte l’atmosfera non lascia scampo e impone un rituale: sono di Lisbona, qualunque cosa faccia o sia o da dove provenga.