Celentano, i soliti idioti e l’Italia che non cambia. (off-topic su Sanremo)
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Ieri sera non ero davanti allo schermo a guardare Sanremo e neppure la sera prima.
Lo ammetto, l’ho totalmente rimosso.
Ieri sera ero seduta ad un tavolo, in una piccola casa, con una piccola donna, a parlare.
Mi ha raccontato un po’ di episodi della sua vita. Parole e ricordi essenziali e netti, fatti di azione e inconsapevole forza ad andare avanti. Sempre e comunque.
Belgrado prima della guerra è l’origine da cui inizia una vita che vuole e - a denti stretti e con rabbia – si prende quello che il mondo intorno pare non darle. È bella la piccola donna e tiene celata in un viso di preoccupazioni, una sfumatura di furba innocenza. È piccola sì, ma ha una specie di aurea intorno che ne fa una donna gigante!
Penso a lei da ore, poi penso a me. Penso alla mia gente, al mio paese, alla Grecia, all’ex Jugoslavia così vicina e lontana. Penso all’America, lontana eppure vicinissima. Penso alla forza devastante che si possiede quando non si ha niente da perdere, quando l’obiettivo è arrivare a guadagnare il necessario, oppure quando il sogno è quello di una vita fuori dalla straordinarietà di una guerra. Penso alla forza che si sprigiona quando ad essere messo in pericolo è il motore, il vero motore che muove una realtà o un popolo. Spesso è il pane, a volte sono le rose, altre volte sono i valori – parola dal senso ormai perduto – che stanno un po’ più in alto della sopravvivenza ma che le donano senso. Mi chiedo quali siano ormai – se ci sono – i valori della mia gente.
Penso che la mia gente abbia già perso. Da decenni. Abbindolata e narcotizzata dalle luccicanti prospettive di felicità del benessere e del consumo, è incapace di rinunciarvi pur avendo intravisto il vuoto disperante dietro la facciata. Ci siamo venduti per due caramelle e qualche cioccolata, diceva mio padre raccontando la venuta degli americani alla fine della seconda guerra mondiale. Ed in un certo senso, è così. Abbiamo buttato dalla finestra la vecchia madia di legno vivo, antico ma ancora vivo di tradizioni e storie, per un moderno scaffale in compensato farlocco.
Ora che il sogno è alla fine, ora che ci stanno togliendo uno ad uno i diritti e le tutele che ormai davamo per scontati, ci chiudiamo su quel poco che ci rimane, per non vedere e sentire il meno possibile. Il mondo sta cambiando velocemente e noi cerchiamo di portare a termine la nostra quotidianità di routine, prendendocela ferocemente contro ogni ostacolo o imprevisto che ci tagli la strada portando dentro il “fuori” minaccioso ed oscuro. Così, si pongono le basi per quella guerra fra straccioni che ci viene così bene!


cara frida, scusa, ma qui siamo alle solite: “dove sono finiti i bei tempi di una volta!?”, “non ci sono più i valori!”, “ah, che nostalgia per la vecchia madia di legno!”… in mezzo a questi argomenti non avrebbe certo sfigurato il sempreverde “non ci sono più le mezze stagioni!”.
e quali saranno mai ‘sti valori della tua gente su cui ti interroghi con tanto struggimento? non credi che siano gli stessi di sempre, di ovunque, in fondo? e che siano gli stessi della donna di belgrado? non credi che la gente – generalmente – pensi a “stare bene”? e cosa significa “stare bene”? beh, dipende: se uno non ha da mangiare o un tetto sotto cui ripararsi, per lui stare bene significherà un pezzo di pane e anche solo una pensilina che lo protegga dalla pioggia. ma stai pur certa che appena quello si sarà sfamato, cambieranno le sue prospettive ed il suo concetto di “stare bene”, e lui, magicamente, comincerà a desiderare qualcosa di più, di meglio. magari si coccolerà con un buon libro mangiando solo di tanto in tanto e solo pane integrale… ma c’è il rischio che forse finirà invece per essere “abbindolato e narcotizzato dalle luccicanti prospettive di felicità del benessere e del consumo”. ‘sto somaro!
starà a noi, così sensibili e pieni di valori, riportarlo sulla retta via, ricondurlo la sera davanti ad un camino acceso (riscaldamenti spenti, ché inquinano) ed a lume di candela (corrente staccata, ché inquina), unirlo a noi in una grande preghiera affinché ritornino presto i bei tempi di una volta, quando si campava mediamente una trentina d’anni meno che oggi, quando dentro casa le donne venivano percosse e violentate in silenzio (molto, ma molto, moltissimo più di oggi!) e sfornavano decine di figli da mandare nei campi, quando allegramente si moriva per una banale influenza perché non c’erano ancora quelle mostruose medicine che fanno bella mostra di sé sugli scaffali delle orride farmacie, quando si mangiavano delle ottime patate biologiche (peccato che spesso ci fossero SOLO quelle, da mangiare), quando eccetera, eccetera … ma quando, perdìo, eravamo tutti più buoni ed altruisti e soprattutto avevamo tutti in casa una bellissima madia di legno vivo!
Ciao Mirko,
così però è troppo facile!!
Ed è tipicamente ideologico fare di tutta l’erba un fascio!
Forse Pasolini lo può spiegare meglio, cosa è cambiato:
La madia di legno vivo e il mobile di compensato non sono uguali, per storia e significato, utilizzo e funzione. Il consumismo, che ad esempio ci ha convinto della necessità di COSE in realtà brutte e inutili, ha cambiato le nostre strutture psicologiche, cognitive prima ancora che sociali. I nostri valori, oggi, non sono gli stessi di ieri…noi non siamo più gli stessi di ieri.
cosa ho fatto di facile, frida? quela sarebbe l’erba che ho riunito ideologicamente nello stesso fascio? ho fatto solo alcuni esempi per contestare l’idea secondo cui tutto ciò che fu sia stato bello e buono e tutto ciò che è e sarà sia brutto e cattivo.
ti ringrazio per il link, anche se con pasolini sto faticosamente cercando di smettere… (“non esistono più i romani (…) gli antichi valori della cultura popolare romana” – 1975)
mi permetto anche io di segnalarti un link:
http://www.ilpost.it/2011/04/29/pascale-intellettuali/
certo, pascale non sarà pasolini… per ora. ma chissà mai che un giorno per i nostri figli e nipoti non diventi altrettanto “indiscutibile”.
Antonio Pascale, oh cavolo!! Ecco un altro a cui piace tagliare tutto con l’accetta! Proprio ieri rimanevo estasiato (si fa per dire) da un suo articolo, dal titolo morbido morbido: La decrescita è una sciocchezza – http://www.ilpost.it/2012/02/19/pascale-decrescita/
caro federico, più che stupirci di un titolo, (che peraltro, come sappiamo tutti, negli articoli di giornale non è messo dall’autore, a differenza per esempio di quello che succede con le mostre fotografiche…), dovremmo guardare a quello che c’è scritto dentro l’articolo ed a quali riflessioni suscita in noi. hai trovato scritta qualche cazzata immonda? ti pare scritto da un deficiente che si inventa delle cose? cosa significa che taglia tutto con l’accetta? qui prima una tua collega di redazione ha postato il link ad un discorso di pasolini… trovi forse che l’accetta usata dal Sommo fosse meno tagliente? («il contadino di una volta, tradizionalista e religioso, non mangiava le schifezze di oggi»… certo, più probabilmente molto spesso non mangiava affatto! …e inoltre, forse non mangiava merendine, ma quante ne combinava il contadino “tradizionalista e religioso” dentro e fuori casa sua?).
p.s. pensa se i contemporanei di pasolini avessero potuto commentare i titoli – ed anche i contenuti – morbidi morbidi dei suoi interventi pubblici (articoli, libri, film) quante gliene avrebbero dette!
Il titolo non mi ha stupito, caso mai infastidito. Per quanto riguarda il contenuto dell’articolo, non credo siano state scritte cazzate (come dici tu) ma credo che i pensieri espressi siano posti in modo intellettualmente non onesto e per spiegarmi meglio riprendo uno dei 40 e passa commenti all’articolo: “Pascale è solito usare lo stesso metodo che critica ai fautori della decrescita: un raffinato eloquio per sostenere le sue tesi. Come sostiene che l’agricoltura biologica è solo un ritorno al passato di fame e sofferenze, adesso fa passare che la “decrescita” di Latouche è semplicemente il contrario dell’innovazione.” Sia come sia ognuno ha le sue idee e non sarà certo un articolo del genere a farcele cambiare, però un po’ più di rispetto credo che il movimento della decrescita lo meriterebbe. Pasolini. Era la persona più delicata e sensibile che potesse esistere… talmente raffinato (intellettualmente)… dargli del boscaiolo mi sembra francamente troppo, ma anche qui, caro MIrko, son opinioni! Ciò che non è opinione invece è che la mostra fotografica in questione si chiamava Habana Libre, forse tu ti riferivi al titolo dell’introduzione che non era mia… accidenti ti sbagli sempre!! A proposito ti farà piacere sapere che la rivista cubana clandestina Voces ha pubblicato, qualche giorno fa, un racconto di Gordiano Lupi sulla vita di Guillermo Cabrera Infante. Che dici, te ne tengo una copia?
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