INTRO

«Non è l’argomento, è l’espressione. (…) Ma lei come parla? Come parla? Come parlaaaa?

Le parole sono importanti!»  Nanni Moretti, Palombella rossa, 1989

Importanti sono soprattutto quelle parole che usiamo tutti i giorni, sulle quali raramente ci soffermiamo. Non si tratta semplicemente di mezzi per esprimere concetti, bisogni o informazioni? Anche le parole hanno la loro storia e si portano dietro – nascosti nell’etimologia e nell’uso che ne facciamo – significati, racconti, radici che continuano ad influenzarci a nostra insaputa.

La questione del linguaggio è vecchia quanto l’uomo, altrettanto complessa e affascinante. Questa rubrica non pretende di trattare in maniera esaustiva l’argomento, ma vuole essere un pretesto per cambiare lo sguardo sull’ordinario, a partire proprio dalle parole. Perché? C’è chi afferma che non possiamo pensare più di quanto le nostre parole possano dire.

MISÙRA

s.f. dal latino mensura, da mensus, participio passato di metiri. Il verbo è da *metis; cfr. greco mêtis (=prudenza), da una radice indoeuropea*me- largamente attestata: cfr. sanscrito matram (= misura).

Ulisse viaggiò in lungo e largo, scampò varie volte alla morte, conobbe il mondo e gli uomini, i capricci ed il volere degli dèi. Nella versione latina di Ovidio, l’indomabile eroe cede all’insaziabile fame di conoscenza e s’imbarca per l’ultima volta, con il preciso obiettivo di arrivare ai limiti del noto ed oltrepassarli . Così, davanti alle Colonne d’Ercole,  gettato un ultimo sguardo verso l’ignoto, Ulisse muore per mano della sua Hybris.

Sulla punizione, anche Dante è d’accordo; nonostante la grande stima, pone l’eroe nell’Inferno. La colpa? Aver superato la misura. L’eccesso (Hybris) costituisce uno dei comportamenti maggiormente condannati nell’antichità greca, considerato un rischio per l’intera società. In questa visione del mondo, l’uomo vive in una realtà animata da forze e presenze potenti e di natura diversa, con cui fare quotidianamente i conti. In un quadro così complesso, ogni azione porta con sè la responsabilità verso l’intero contesto in cui si pone: l’uomo non è il centro dell’universo e manca l’idea di libertà attualmente condivisa (un incondizionato poter fare). Solo l’armonia fra gli elementi – in cui i greci sono maestri – può assicurare la buona riuscita di uno stile di vita e dell’esistenza stessa (per i greci la felicità è detta eudaimonia, che significa appunto costruire e vivere una buona vita).

Misura è dunque prudenza, un’attenzione costante e una presenza totale nelle situazioni. Una sorta di saggezza che porta al successo di un’impresa, non grazie alla spregiudicatezza, quanto ad un’osservazione degli eventi unita ad una profonda consapevolezza del loro funzionamento. Potremmo definirla anche come giusto mezzo – idea sviluppata più tardi da Aristotele e da Confucio (in un altro luogo, in un altro tempo e soprattutto in un altro senso) – un punto mediano fra aggressività e riflessione, fra iniziativa personale e appartenenza all’insieme.  Allo stesso tempo, misura è mêtis, ossia saper fare, sapersela cavare nelle situazioni ordinarie e straordinarie. È furbizia, intesa come arte di trovare soluzioni anche lì dove sembrano non esserci (siamo lontanti dall’odierno significato di fregare il prossimo!).

La misura sembra suggerire una specie di grande lezione esistenziale: solo divenuti consapevoli dei propri limiti, possiamo esplorare tutte le nostre potenzialità, diventando abili in quel saper fare che è il vero potere.  L’obiettivo? Affinare la nobile arte dello stare al mondo.

Lettura consigliata: Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole, Rizzoli 2010