La visione del Bairro Alto

By Riccardo Iannello | Musica

… Sul tavolo di legno, il cameriere stava cominciando a poggiare i rettangoli di carta gialla con il disegno del locale che fungevano da tovaglia. Ruffato sedeva sulla panca accavallando le gambe e leggendo. Stava aspettando i tre amici. Il cameriere lo guardò quasi con dispetto: erano in ritardo, quegli amici di Ruffato, che era comunque un cliente abituale e quindi non poteva essere trattato male. Ma con la coda dell’occhio il cameriere puntava l’ingresso del locale del Bairro Alto e i tre gradini che degradavano dalla strada, il cui livello, che comunque declinava verso praça Camoes, era superiore a quello della cantina. Vi si ammassava gente, il locale lavorava molto: si mangiava bene e a buon prezzo, quindi sia lisboeti sia turisti vi affluivano in gran numero. “Quattro?”, domandò corrucciato il cameriere. “Quattro” confermò Ruffato senza alzare gli occhi dal libro che stava leggendo (non c’era uso di prenotazione, chi prima arrivava prima mangiava, e soprattutto poteva a quel punto bloccare i posti per gli amici). Il cameriere, maledicendo a bassa voce, completò la spartana apparecchiatura, sistemò al centro del quarto di tavola il contenitore con le forchette e i coltelli e quello con i tovaglioli di carta, servì di sua iniziativa dell’acqua e una caraffa del vino rosso che solitamente beveva Ruffato ricevendo in cambio un assenso del capo. “Almeno così ci avvantaggiamo un pochino…”, chiosò il dipendente dirigendosi imbizzarrito – ma più calmo – verso il bancone.



… La radio trasmetteva un brano cantato da Carlos do Carmo: “Bairro Alto”, il vero omaggio a quel quartiere dove Ruffato amava fermarsi a pranzo e a cena, anche se poi non disdegnava le altre zone del centro lisboeta. Quella Adega, su rua da Misericordia a due passi da Sao Roque e che dalla sfarzosa chiesa barocca prendeva il nome, era un punto di riferimento a qualsiasi ora: ci si poteva fermare per lo spuntino di metà mattina, per il pranzo, per la sosta delle cinque del pomeriggio, per la cena. Un rosso fresco, una birra, del prosciutto o dei gamberetti per fermare lo stomaco nelle ore intermedie, piatti ben costruiti nelle occasioni in cui c’era tempo per  tenere, a lungo, le gambe sotto i tavoloni che accoglievano più gruppi che mai si davano noia fra loro. Ruffato attese da solo ancora dieci minuti.  Gli toccò mangiarsi un piatto di prosciutto e salame per tenere il tavolo occupato e aumentare la mancia del cameriere, fino a quando non arrivarono anche gli altri tre, che si presero un bel rimbrotto dal cameriere, che aveva temuto per il guadagno finale. Il padrone, caro amico di Ruffato, sorrideva. Per farsi perdonare, i quattro ordinarono un pranzo ancora più abbondante del solito e alla fine lasciarono una mancia adeguata: così tutti furono contenti, tanto la gente continuava ad arrivare, e a essere servita, anche dopo che loro se ne furono andati.

… Il Bairro Alto è musica, ma non solo. Traffico, vita, cibo, alcol, boutique, librerie, negozi di antiquariato, teatri e chi più ne ha più ne metta. Anche palazzi che stanno cadendo e che si cerca di salvare. Obiettava Ruffato a chi gli diceva che nessuno fermava la decadenza di quella parte antica di Lisbona. Che non era solo rappresentata dalle piccole viuzze che si innervavano fra le case a sinistra da rua da Misericordia, ma tutto il quartiere che giungeva ai limiti di Sao Bento, della Bica, della praça do Principe Real e del suo sterminato albero, con l’affaccio di Sao Pedro de Alcantara verso la Baixa e di rua do Alecrim sul Tago. Un quartiere nel quale camminare era una gioia, stando attenti, però, alle pietre talvolta sconnesse dei suoi vicoli. Ruffato e i tre amici, dopo un pomeriggio di lavoro, si dettero appuntamento per una cena e un giro nei locali di fado.

… Ce n’è per tutti i gusti di locali, ricordava Ruffato agli amici. Non voleva aggiungere “e per tutte le tasche”, che gli sembrava un po’ offensivo nei confronti degli amici, una puntualizzazione non richiesta. In quella parola “gusto” racchiudeva il fado sia amatoriale sia professionale. Scelsero un locale di rua Diario das Noticias per la cena, l’Adega do Ribatejo, dove si mangiava e si cantava allegramente, magari dovendo sopportare qualche turista spagnolo che era un po’ troppo esagitato, ma bastava un fischietto di richiamo o un brontolio un po’ più vivace che anch’egli si sarebbe chetato, pur obnubilato dall’alcol che scorreva a fiumi. Riuscirono a parlare fra loro, sistemandosi nel tavolo più vicino al bancone che divideva locale e cucina. Pagato il conto si alzarono e si avviarono verso due istituzioni della città.

A Severa prende il nome dalla prima mitica cantante di fado riconosciuta in quella storia-leggenda che ci racconta la nascita di questa tradizione musicale nella prima metà dell’Ottocento. Si trovarono nel mezzo di una bella festa e ne fecero parte. Ruffato salutò Nazareno de Jesus, uno dei cantanti più famosi del locale, e fece un cenno a Nobrega seduto sulla sua sedia a carezzare la viola de fado. Bevvero e si spostarono al Luso, che cercava di tenere testa alla sua tradizione che lo voleva una delle culle di Amalia. C’era gente in entrambi i locali, molti turisti. Quando ne uscirono avevano soddisfatto le loro curiosità anche perché avevano scelto platee molto diverse soddisfacendo, appunto, i gusti l’uno dell’altro…

Ps: torneremo al Bairro Alto presto, promesso, e ci faremo un giro anche altrove. L’amata Lisbona non tradisce mai! Mi preme per chiudere tornare a… Mourinho. L’amico Gianluca Miraglia, pungolato, mi ha raccontato la vera storia della parola pirla pronunciata dal tecnico di Setubal al suo arrivo all’Inter. Ve la racconto con le parole di Gianluca: “La storia del ‘pirla’ è una delle poche cose brillanti che ho fatto e non voglio che svanisca nell’oblio. La storia è curiosa, proprio nell’ultima lezione, prima della conferenza stampa a Milano, avevo mostrato a Mou la copertina della Gazzetta dello Sport con una foto che lo ritraeva in compagnia di Moratti a Parigi, il titolo era ‘beccati’. Dopo avergli spiegato il significato di quest’ultima parola (in portoghese si dice ‘apanhados’) ho fatto una breve lezione sull’italiano popolare, colloquiale, indicandogli alcune parole o espressioni che avrebbe probabilmente sentito nel mondo del calcio e, dato, che sarebbe andato a Milano, gli ho anche fatto notare la parola ‘pirla’ che lo ha subito colpito. Insomma, nella vicenda c’è il caso, la fortuna e l’abilità di Mou nel saper cogliere l’occasione giusta per far uso della parola nel momento giusto”. A Gianluca ciò che è di Gianluca! Abraços.

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About The Author

Riccardo Iannello
Giornalista. Su Radio Pereira racconto storie di fado, storie di cantanti, chitarristi, locali, strade, amori.

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