Alla ricerca del centro del potere

Finanziaria 2011“Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente”, diceva Mao-Tse-Tung.

Per un marxista che definisca  “comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente” è una affermazione coerente e comprensibile.

Nel nostro piccolo, noi –molto, ma molto, più modestamente- non sapremmo dire se la situazione sia eccellente, ma ci rendiamo conto che il mondo ci appare ogni giorno più confuso.

E’ di queste ore la notizia che una maggioranza allo sbando e una opposizione senza identità (o dalle identità multiple, se preferite) hanno dato prova di “responsabilità” approvando in tempi rapidissimi la manovra finanziaria.

Il nemico è alle porte ed occorre una prova di “coesione e unità”  in difesa del “bene comune”.

Non che si vedano divisioni di fanteria e mezzi corazzati premere alle frontiere, né solcano i nostri cieli e i mari circostanti minacciose flotte aeree o navali.

I nemici sono numerosi, subdoli e invisibili –e perciò stesso più minacciosi-, si chiamano “mercati” ed sono pronti ad effettuare una micidiale speculazione finanziaria ai danni situazione economica patria.  Operazione ancora più aggressiva, ci viene spiegato, dell’invasione del sacro suolo.

Non c’è giornale, né scritto né video né audio, che non ponga in rilievo tra i titoli di testa suddetto pericolo. Non v’è politico che non lo citi. Non v’è nessuno (o quasi) che osi dubitarne.

Non saremo certo noi gli eretici: il dogma è dogma e come tale va accettato.

Ma per l’appunto è dogma e pone, così come in decine di altri casi, il problema di come si formi la pubblica opinione in questo paese.

Noi, ad esempio, che pur ci reputiamo persone mediamente informate, con una discreta cultura, aperte e interessate, non abbiamo la più pallida idea di come possano fare “i mercati” a fare fallire l’Italia (tanto meno di come abbiano fatto a far fallire la Grecia), né di come l’approvazione rapida di una “manovra” possa impedirlo.

Lo leggiamo e lo ascoltiamo, ripetuto come un mantra, ed eccoci mentalmente disposti, elmetto in testa e sacchi di sabbia alle finestre, alla difesa ad oltranza della nostra “sovranità” al prezzo dei sacrifici che la gravità della situazione richiederà.

Ecco la questione: la “sovranità”. Intesa, per dirla con Jean Bodin, come “quel potere assoluto e perpetuo che è proprio dello Stato”, veniva -in altri regimi- esercitata dal monarca (sovrano) ed attualmente è in capo ad una persona giuridica, lo Stato (sovrano), di cui coloro che effettivamente esercitano i poteri sovrani (quali il Capo dello Stato, il parlamento, il governo e lo stesso corpo elettorale) non sono che organi. Affermare, come nell’art. 1 della Costituzione italiana, che la sovranità appartiene al popolo significa che lo Stato, titolare della sovranità, la deriva dal popolo che con la sua volontà lo ha creato.

Ma di quale sovranità stiamo parlando, se la politica economica e fiscale viene, di fatto, dettata dalle borse e dai grandi signori della finanza, se la politica commerciale è decisa da organizzazioni sovranazionali anonime e non elettive (come il WTO), se quella monetaria è nelle mani di due o tre banche centrali (Federal Reserve in testa), se quella estera è prigioniera di accordi economici e militari tra stati (e, forse ancor di più, tra potentissime società private), se la rete dei trasporti -vicenda TAV in Val di Susa docet- è disegnata in luoghi lontanissimi dai territori che dovrà attraversare, se perfino il presidente degli Stati Uniti è costretto a gettare milioni di dollari prelevati alla middle class -principale contribuente del paese- per riparare ai furti colossali di banchieri ed affaristi che nel frattempo -tranne poche eccezioni- aumentano la propria ricchezza e il proprio potere?

Di quale mai sovranità si può discettare se perfino dall’interno del territorio un industriale (Marchionne) può imporre le proprie regole (diverse da quelle che valgono per tutti gli altri) in fabbrica facendone così una sorta di enclave extraterritoriale come la Repubblica di San Marino o la Città del Vaticano?

Mai come ora la politica pare essere ridotta a mera sovrastruttura, incapace di incidere sugli elementi strutturali del potere sovrano, l’economia, fortemente oligarchico ed accentrato.

Gli Stati paiono ridotti a colonie dell’impero economico globale.

Ad eccezione di quelli, come Russia e Cina, ove potere politico e potere economico si riassumono nelle stesse persone fisiche (cosa che, per altro, accade in gran parte anche in Italia).

Se lo Stato smette di essere “sovrano” (che sta sopra) la politica diventa “sottana” (che sta sotto).

La crisi della politica non sta (soltanto) nella perdita di credibilità della “classe politica”, ma (soprattutto) nella scomparsa del potere della politica.

Di questo, prima ancora che della questione morale o dei costi della politica, dovrà occuparsi non solo una “sinistra” degna di questo nome, ma chiunque abbia a cuore le sorti della democrazia.

La politica costa troppo perché “rende” troppo poco ai cittadini che la pagano. Il rischio è che questi stessi cittadini, stanchi di gettar denari, decidano di fare a meno della politica sottomettendosi “spontaneamente” ad un qualche potente di turno (ovunque egli tragga la sua legittimazione al comando).

Quale lungimiranza si dovrebbe allora riconoscere agli Scilipoti che popolano le nostre assemblee elettive: consapevoli di non poter svolgere alcun altro ruolo, si sarebbero ritagliati una propria “posizione”  di privilegio dalla quale dileggiare le ingenue anime belle che proprio in nome dell’acredine antipolitica li avrebbero fatti ricchi!