Alla ricerca del centro del potere
“Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente”, diceva Mao-Tse-Tung.
Per un marxista che definisca “comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente” è una affermazione coerente e comprensibile.
Nel nostro piccolo, noi –molto, ma molto, più modestamente- non sapremmo dire se la situazione sia eccellente, ma ci rendiamo conto che il mondo ci appare ogni giorno più confuso.
E’ di queste ore la notizia che una maggioranza allo sbando e una opposizione senza identità (o dalle identità multiple, se preferite) hanno dato prova di “responsabilità” approvando in tempi rapidissimi la manovra finanziaria.
Il nemico è alle porte ed occorre una prova di “coesione e unità” in difesa del “bene comune”.
Non che si vedano divisioni di fanteria e mezzi corazzati premere alle frontiere, né solcano i nostri cieli e i mari circostanti minacciose flotte aeree o navali.
I nemici sono numerosi, subdoli e invisibili –e perciò stesso più minacciosi-, si chiamano “mercati” ed sono pronti ad effettuare una micidiale speculazione finanziaria ai danni situazione economica patria. Operazione ancora più aggressiva, ci viene spiegato, dell’invasione del sacro suolo.
Non c’è giornale, né scritto né video né audio, che non ponga in rilievo tra i titoli di testa suddetto pericolo. Non v’è politico che non lo citi. Non v’è nessuno (o quasi) che osi dubitarne.
Non saremo certo noi gli eretici: il dogma è dogma e come tale va accettato.
Ma per l’appunto è dogma e pone, così come in decine di altri casi, il problema di come si formi la pubblica opinione in questo paese.
Noi, ad esempio, che pur ci reputiamo persone mediamente informate, con una discreta cultura, aperte e interessate, non abbiamo la più pallida idea di come possano fare “i mercati” a fare fallire l’Italia (tanto meno di come abbiano fatto a far fallire la Grecia), né di come l’approvazione rapida di una “manovra” possa impedirlo.
Lo leggiamo e lo ascoltiamo, ripetuto come un mantra, ed eccoci mentalmente disposti, elmetto in testa e sacchi di sabbia alle finestre, alla difesa ad oltranza della nostra “sovranità” al prezzo dei sacrifici che la gravità della situazione richiederà.
Ecco la questione: la “sovranità”. Intesa, per dirla con Jean Bodin, come “quel potere assoluto e perpetuo che è proprio dello Stato”, veniva -in altri regimi- esercitata dal monarca (sovrano) ed attualmente è in capo ad una persona giuridica, lo Stato (sovrano), di cui coloro che effettivamente esercitano i poteri sovrani (quali il Capo dello Stato, il parlamento, il governo e lo stesso corpo elettorale) non sono che organi. Affermare, come nell’art. 1 della Costituzione italiana, che la sovranità appartiene al popolo significa che lo Stato, titolare della sovranità, la deriva dal popolo che con la sua volontà lo ha creato.
Ma di quale sovranità stiamo parlando, se la politica economica e fiscale viene, di fatto, dettata dalle borse e dai grandi signori della finanza, se la politica commerciale è decisa da organizzazioni sovranazionali anonime e non elettive (come il WTO), se quella monetaria è nelle mani di due o tre banche centrali (Federal Reserve in testa), se quella estera è prigioniera di accordi economici e militari tra stati (e, forse ancor di più, tra potentissime società private), se la rete dei trasporti -vicenda TAV in Val di Susa docet- è disegnata in luoghi lontanissimi dai territori che dovrà attraversare, se perfino il presidente degli Stati Uniti è costretto a gettare milioni di dollari prelevati alla middle class -principale contribuente del paese- per riparare ai furti colossali di banchieri ed affaristi che nel frattempo -tranne poche eccezioni- aumentano la propria ricchezza e il proprio potere?
Di quale mai sovranità si può discettare se perfino dall’interno del territorio un industriale (Marchionne) può imporre le proprie regole (diverse da quelle che valgono per tutti gli altri) in fabbrica facendone così una sorta di enclave extraterritoriale come la Repubblica di San Marino o la Città del Vaticano?
Mai come ora la politica pare essere ridotta a mera sovrastruttura, incapace di incidere sugli elementi strutturali del potere sovrano, l’economia, fortemente oligarchico ed accentrato.
Gli Stati paiono ridotti a colonie dell’impero economico globale.
Ad eccezione di quelli, come Russia e Cina, ove potere politico e potere economico si riassumono nelle stesse persone fisiche (cosa che, per altro, accade in gran parte anche in Italia).
Se lo Stato smette di essere “sovrano” (che sta sopra) la politica diventa “sottana” (che sta sotto).
La crisi della politica non sta (soltanto) nella perdita di credibilità della “classe politica”, ma (soprattutto) nella scomparsa del potere della politica.
Di questo, prima ancora che della questione morale o dei costi della politica, dovrà occuparsi non solo una “sinistra” degna di questo nome, ma chiunque abbia a cuore le sorti della democrazia.
La politica costa troppo perché “rende” troppo poco ai cittadini che la pagano. Il rischio è che questi stessi cittadini, stanchi di gettar denari, decidano di fare a meno della politica sottomettendosi “spontaneamente” ad un qualche potente di turno (ovunque egli tragga la sua legittimazione al comando).
Quale lungimiranza si dovrebbe allora riconoscere agli Scilipoti che popolano le nostre assemblee elettive: consapevoli di non poter svolgere alcun altro ruolo, si sarebbero ritagliati una propria “posizione” di privilegio dalla quale dileggiare le ingenue anime belle che proprio in nome dell’acredine antipolitica li avrebbero fatti ricchi!












Caro Bates, sa che mi fa meno paura lei col suo non invidiabile curriculum del trio Tremonti-Berlusconi-Bossi?
Caro Norman
il tuo articolo come al solito è illuminante.
La nostra classe politica ne è uscita, per ora, malissimo.
Queste sono le crisi economiche vitali per il consumo-capitalismo, quindi, o lo si supera in qualche modo, oppure bisogna imparare a conviverci e ad arrivare ai momenti che contano nelle migliori condizioni possibili.
Questa manovra, per quanto dura , non servirà e
il problema non è l’euro , ma il dollaro !
La nostra classe politica vive e vegeta di puro riflesso, ma non ha la minima idea di ciò che sta accadendo e di cosa in futuro potrebbe accadere!
A proposito, i tagli ai costi della politica partiranno tra 2 anni e saranno una % irrisoria del totale di 85 miliardi di euro della manovra (notizia di oggi del Sole 24 h).
“Giorno dopo giorno la democrazia arretra di fronte al mercato. E si prepara così una nuova crisi finanziaria, che potrebbe minare tutti gli sforzi di riduzione dei debiti del bilancio. E dopo? Che faremo? Niente, ovviamente, se non far pagare i contribuenti. In passato sono scoppiate rivoluzioni per molto meno.” J. Attalì-Internazionale-2 luglio 2010. “Una cultura di cooperazione che sostituisce la competizione, afferma il tempo della vita su quello del vivere per consumare e punta sulla natura e alla disintossicazione di tutto ciò che è chimico. Sfrutta la crisi per ripensare l’insensatezza di una vita folle… la vita dopo la crisi dipenderà da quale cultura prevarrà” Castells-Le nuove culture della crisi
Le due note di Bates ed Edoardo danno un quadro preciso della situazione ed identificano alcuni dei problemi chiave. Comincio con una battuta: è la globalizzazione bellezza. Infatti niente di quello che viene scritto può essere compreso senza fare riferimento a questo elemento che è ciò che ci differenzia dal passato. La crisi è una crisi globale, che va poi declinata per area specifica, ed è il prodotto concomitante di due fatti classici nella storia dell’uomo: il venir meno di un polo dominante, l’Occidente, e l’apparire di nuovi soggetti che generalmente consideriamo i barbari. Nel mondo moderno i barbari sono rappresentati da quei paesi che erano ai margini, Cina, India, Brasile ed alcuni paesi africani. Questi paesi stanno diventando i nuovi soggetti e cosa e come gestiranno il cambiamento sarà da vedere. Come sempre le crisi hanno dunque aspetti negativi ma anche positivi. Non possiamo non scorgere nell’emergere di questi paesi elementi che ribaltano i rapporti di forza a cui siamo abituati. Al contrario per l’Occidente il modello che ci ha portati ad essere i protagonisti degli ultimi 200 300 anni è messo in discussione. Ma diversamente dal passato il sorgere dei barbari è da un lato privo di quelle cariche di violenza legate alle conquiste e dall’altro è molto più pervasivo perché mediato da un’informazione in tempi reali e da processi economici. Allora è molto difficile poter discutere della crisi del nostro paese al di fuori di questo contesto. Il debito italiano è lì da almeno 15 anni e la situazione politica non è dissimile da 15 anni fa. Quel che paghiamo è non essere stati capaci di realizzare un Europa politica. Oggi il mondo finanziario si muove contro l’euro. In questo senso è davvero incredibile che la sinistra, storicamente la parte politica che maggiormente aveva radici internazionaliste, non abbia lanciato un grande dibattito di tutte le forze di sinistra a livello mondiale. Non sono qui a rimpiangere le internazionali socialiste ma constato che manca un forum della sinistra globale capace di affrontare i problemi e di darne una prospettiva che possa incidere. Pensare che sia possibile confrontarsi con un mondo finanziario che è fortemente globalizzato ed integrato, in cui le grandi corporazioni hanno fatturati equivalenti a quelli degli Stati, senza una visione alternativa, e dunque necessariamente globale, è molto miope. Da questo punto di vista quello che Bates mette in evidenza e cioè il problema della democrazia diventa centrale. Non dimentichiamo che tra i paesi che ho chiamato barbari la Cina, probabilmente il paese che diverrà il faro, non ha un sistema democratico ed enuncia in maniera chiara che la democrazia non è una loro priorità. Dobbiamo comprendere che il modello cinese non è qualcosa che non possa diventare un modello per molti. La Cina sta dimostrando che si può essere un paese capitalistico senza la democrazia. D’altronde cos’è oggi la democrazia in Occidente? Non possiamo non ammettere che assistiamo alla messa in discussione di ciò che abbiamo pensato essere il modello democratico. Ancora una volta la globalizzazione con assurgere di organismi multinazionali e sovranazionali che non sono eletti modifica il concetto di democrazia. D’altronde la necessità di un governo globale è sempre più evidente e viviamo nella dicotomia, presente in maniera fortissima nel nostro paese, della necessità dei cittadini di contare e partecipare e nella mancanza di strumenti adeguati. Si tratterebbe di ridiscutere anche le forme di democrazia. Ad esempio la discussione in Italia sul federalismo è stata un’occasione mancata perché al contrario di quello che si è discusso ed in qualche maniera approvato a livello politico, sarebbe stato necessario superare il concetto di regione per rilanciare quello di comunità che sarebbe più facile individuare nel comune o nel distretto. Ancora una volta io credo che il problema risiede in una debolezza culturale, in una incapacità di formulare visioni ed attorno a queste articolare proposte politiche. Anche osservando i movimenti, la partecipazione che la rete sta permettendo, noto che manca quel respiro più ampio senza il quale non sarà possibile dare risposte.
Sottoscrivo ogni riga del commento di Maurizio.
Aggiungo, anche se forse non è la sede, che molti degli eventi che accadono in giro per il mondo, guerre in primis, hanno probabilmente una seconda lettura, che forse dovrebbe essere la prima…Chi sa che la Libia aveva proposto una moneta unica africana, legata all’oro (che ha in abbondanza, ed in misura nettamente superiore alle sue dimensioni…), e che la sua Banca centrale è pubblica, e non posseduta o partecipata dalle lobby bancarie mondiali, e che insieme all’Iraq (guarda un pò, proprio loro…) da un pò di tempo proponeva di istituire l’euro come moneta di riferimento per il petrolio?
C’entrerà forse qualcosa anche con la speculazione che tramite le agenzie di rating sta affondando gli stati europei, e tenendo quindi l’euro più basso di quello che sarebbe..?