L’inevitabile agonia del fuggire

By Mauro Alan Panunzi | Viaggi

1apertura

La stazione di Valparaiso è un continuo via vai di persone. Manca poco a mezzanotte. Accanto a me il mio zaino, ingrassato di circa cinque chili. Finalmente il verdissimo Tur Bus, diretto verso l’estremo nord del paese, si presenta alla piattaforma numero quattro. Quasi mi schiaccia. Carlita mi aiuta a raggruppare i bagagli ed in lacrime aspetta che l’autista chiuda le porte. Chissà se la rivedrò. Per la prima volta dall’inizio del viaggio sono riuscito ad ottenere il posto numero uno, ovvero il primo sedile del piano superiore. Davanti a me solo una gigantesca vetrata. Si accendono i motori e quindi anche le emozioni. Addio Valparaiso, sei la città più bella nella quale abbia mai vissuto.

Nello zaino l’ultimo ricordo: un’empanada che Pato mi ha regalato per il viaggio. Formaggio e mais. In poco tempo ne restano solo le briciole, poi il buio.

2deserto

Venticinque gradi all’ombra mi svegliano. Siamo fermi. Sulla parete centrale della stazione che ho in fronte svetta un cartello: La Serena. E questa è solo la prima fermata. A tratti penso che da qui non scenderò mai più. Il Perù è ancora lontanissimo, chissà come ci arriverò. Se non sbaglio dovrei avere da qualche parte il numero di Juan, il migliore amico di Pato. Decido di chiamarlo. Una voce dall’oltretomba mi risponde in un cileno strettissimo, a tratti incomprensibile. Dice di essere felicissimo di ospitarmi, ma non mi sembra troppo sincero. Accetto, ma dovrò aspettare che finisca di lavorare. Intanto a bordo servono una deliziosa colazione: due biscotti al niente ed un bicchiere contenente acqua marrone. In men che non si dica giungo nel piccolo paesino in cui Juan lavora come agente doganale. La stazione di El Chanaral potrebbe cascare a pezzi da un momento all’altro. Due cani ridotti in condizioni pietose giacciono all’ombra di un cartello stradale. Non c’è nessuno. Mi dirigo verso la spiaggia più vicina, mancano quattro ore alle sei. Mi siedo in riva al mare. L’acqua è gelida. Abbraccio lo zaino come fosse un peluche e socchiudo gli occhi. Al resto penserà la sveglia.

3mare

Il telefono squilla anzitempo, è Juan. Mi chiede se sia io quell’orgia di colori arenata sulla battigia. Rispondo affermativamente. Mi giro e noto qualcosa di immenso sventolare un braccio, è lui. Non l’ho ancora pesato ma sono sicuro sia più di cento chili. Entro nella sua jeep, sono abbronzatissimo. In queste condizioni non sarei in grado neppure di sostenere una conversazione in italiano. In qualche modo riesco ad entrare in sintonia con l’orco ed in poco tempo siamo già a casa sua. Mi offro volontario per preparare la cena. Juan nel frattempo fuma circa una dozzina di sigarette. Probabilmente morirò dopo di lui. Il tempo passa e diventiamo amici. A tavola parliamo di Victor Jara, Violeta Parra, Isabel Allende. Poi, all’improvviso, s’innesca il meccanismo della digestione. Penso che in pochi minuti potrei diventare una zucca, forse è meglio che corra ai ripari. Mi sveglio e Juan non c’è. Ho le ossa a pezzi. Valuto l’ipotesi di essere stato picchiato nel sonno, poi mi passa. Zaino in spalla, socchiudo la porta principale come mi è stato detto di fare e cammino verso la stazione dimenticata. Intorno solo deserto. E cani. Mi sono dimenticato di lavare i denti. Un pullman diretto verso nord sta per partire dalla piattaforma numero cinque, ma alla cassa c’è una grande fila. Parlo direttamente con l’autista. Lo faccio ragionare sull’offerta che ho da proporgli. Gli spiego che potrebbe incassare la somma equivalente al prezzo del biglietto semplicemente mantenendo discrezione ed anonimato. Accetta alla grande, sono a bordo.

4chiusura

Passo un giorno intero sul peggior autobus che abbia mai preso in vita mia. A sinistra il mare, a destra il deserto. Il paesaggio non cambia mai. Antofagasta-Iquique-Arica. Una noia mortale. Dovessi rifarlo prenderei un aereo da Santiago o passerei per l’Argentina. Non riesco a capire se abbiano costruito un mercato all’interno di una stazione o una stazione all’interno di un mercato. Tutti urlano, tutti corrono. Ho un disperato bisogno di dormire ma mi trovo nel peggior posto al mondo. Come se non bastasse sono biondo ed ho uno zaino di trenta chili in spalla. Mi guardano tutti. Un ometto mi spiega che per arrivare alla frontiera occorre salire su uno dei tanti mini bus che partono appena fuori dalla stazione di Arica. Si prende cura di me accompagnandomi alla fermata, nonché accertandosi che mi facciano pagare il giusto prezzo. Addio deserto. Addio Cile.
Ometto ti voglio bene.

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About The Author

Mauro Alan Panunzi
Non mangio mai dalla ciotola che mi spetta. Nasco deluso - muoio ottimista. Musicista entusiasta, lavoratore autonomo, scrittore ipermetrope. Sono il migliore o faccio schifo, decide il mio umore. Tollerante, ho però deciso di incazzarmi almeno sette volte al giorno. Ma vieni eh, non ti faccio niente.

One Response to L’inevitabile agonia del fuggire

  1. 1axax1 says:

    Le parole fermano … le parole fotografano … il tuo Cile l’ho sentito vivo e “visto” il tuo amico Juan … la tua cartolina è giunta a me: la tua missione riuscita!
    Lieto sabato

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