Due eventi
TweetGentile sig. Pereira,
mi permetto di scriverle perché la so sufficientemente vecchio per aver già sentito parlare di me. Sono Norman Bates e le mie vicende furono piuttosto note, alcuni decenni orsono, grazie alla loro trasposizione filmica da parte del grande maestro Alfred Hitchcock… leggi tutta la presentazione
Ed eccomi al primo contributo.
Pur nella mestizia che l’epoca e l’età ci impongono (mala tempora currunt), da un po’ di settimane mi pare di poter nutrire qualche, seppur piccola, ragione di conforto.
Recentemente, infatti, mi è capitato di assistere a due eventi particolarmente interessanti: un convegno organizzato a Torino dal locale Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica ed intitolato “Narcisismo: Politica e Società – L’avvenire di un’illusione” – vi interveniva, tra gli altri, Otto Kernberg, famoso psicoanalista statunitense- ed uno tenutosi a Bologna ove Massimo Recalcati (psicoanalista lacaniano), trattava de “L’apporto della psicoanalisi alla democrazia” .
Due momenti di discussione, quindi, che intrecciavano psicoanalisi e politica.
Buon segno, sig.r Pereira, buon segno!
Il mondo, per tanti versi, “separato” della psicoanalisi torna ad occuparsi della realtà concreta e “politica”. Ci sarebbe da augurarsi che anche la politica (o almeno qualche politico) prestasse nuovamente ascolto a quanto ha da dire la psicoanalisi.
Siamo animali politici. La vita associata è una nostra esigenza naturale. La ricerca e l’applicazione del “contratto” che regoli e renda possibile questa vita associata è compito specifico della politica.
Alla base della politica c’è la capacità di convincere/costringere i singoli individui alla rinuncia del soddisfacimento di una parte dei propri desideri/bisogni assoggettandosi ad una “legge” superiore che aumenti le possibilità di sopravvivenza e la funzionalità della collettività.
Tra le rinunce che la vita associata ci chiede vi sono: una certa regolazione dei comportamenti sessuali e procreativi, la posticipazione della soddisfazione di alcuni bisogni primari, la limitazione della nostra autonomia decisionale e la rinuncia totale all’uso della violenza. L’esercizio della violenza in ogni forma di vita associata è monopolio di un numero limitato di individui (la polizia -e suoi equivalenti- ha il monopolio della violenza esercitata all’interno del gruppo sociale; l’esercito quella della violenza contro altri gruppi sociali) e può essere messo in atto solo in condizioni particolari, definite dal potere vigente (le decisioni del consiglio degli anziani, il volere del dittatore, le leggi promulgate dal parlamento eletto, ecc.).
-Lei capirà, sig.r Pereira, che per la mia storia personale abbia un qualche interesse per tutto ciò che riguarda la aggressività umana e le forme della sua espressione (oltre che, naturalmente, per le vicende della sessualità).-
A fronte di queste -ed altre- rinunce, il vivere associato ci offre, oltre ad una maggiore possibilità di sopravvivenza, una serie di soddisfazioni compensatorie: il piacere derivato da un compiuto “senso di appartenenza”, dalla cooperazione, dalla solidarietà e dalla cura reciproca, dalla possibilità di raggiungere obiettivi, costruire opere e perseguire mete che come singoli ci sarebbero precluse.
Ogni forma di vita associata comporta un certo grado di gerarchia: una distribuzione ineguale del potere detenuto dai singoli in base ai ruoli che essi ricoprono. All’interno delle gerarchie e nella nostra lotta (o rinuncia) alla conquista di ruoli di maggiore potere possiamo trovare soddisfazione ad altre necessità psicologiche: la volontà di potenza o il bisogno di dipendenza, la gratificazione del desiderio di essere ammirati, desiderati o temuti, la brama di accumulare oggetti e ricchezze, l’aspirazione di raggiungere una qualche forma di “immortalità” attraverso le nostre opere/imprese che rimarranno nel tempo ed il ricordo degli altri che ci sopravviveranno e seguiranno. Queste spinte, che si sviluppano dentro la struttura sociale ma che mirano alla realizzazione di scopi individuali, possono essere contrarie agli interessi della collettività.
E’ quindi chiaro che la forza di ogni forma di vita associata dipende dall’equilibrio che le istituzioni da essa create -attraverso la propria politica- riescono a trovare tra i vantaggi prodotti dalla sua coesione, le rinunce che richiede ai singoli, le soddisfazioni compensatorie che fornisce loro e i vincoli che pone al potere -potenzialmente distruttivo- detenuto da alcuni individui all’interno della gerarchia.
Vede bene, sig.r Pereira, che la politica deve tener conto, in ogni circostanza data, della psicologia umana (intesa come l’insieme delle nostre motivazioni, desideri, timori) e che, d’altro canto, la “cura” della psicologia di ogni individuo non può non tenere conto dei livelli di sofferenza/rinuncia/possibilità di gratificazione a cui abbiamo accesso all’interno del contesto sociale.
Ora, gentilissimo sig.r Pereira, lei si chiederà come si legano queste mie considerazioni generali con l’affermazione iniziale di avere un qualche motivo di conforto.
E’ presto detto: la profonda crisi della politica in Italia (e non solo) e la disgregazione sempre più evidente della coesione sociale di questo Paese (e non solo), derivano, a mio avviso, dalla rottura dell’equilibrio che tentavo di descrivere qualche rigo più sopra. E’ una crisi profonda, “strutturale e di sistema”, che coinvolge -giova ripeterlo- il modo in cui i bisogni di ognuno di noi si coniugano con l’interesse generale e in cui i vantaggi derivati ad alcuni individui dalla gestione del potere possono coincidere -o viceversa confliggere- con l’apporto positivo da essi dato alla collettività. Non saranno quindi sufficienti riforme di facciata, rifacimenti di leggi elettorali o ridistribuzioni di poteri tra istituzioni: necessiterà riscrivere un nuovo “contratto sociale”.
Tale riscrittura ha bisogno di una analisi profonda dei nuovi bisogni; di come gli uomini e le donne di ogni Paese si percepiscono nel mondo “globale”, di fronte a nuovi concorrenti economici e a nuovi esseri umani con caratteristiche somatiche, religioni, costumi diversi; come incidano le nuove paure (di un disastro ambientale, di una guerra locale, di una catastrofica crisi economica, della perdita dell’identità culturale) sulle capacità di ognuno di noi di progettarsi nel futuro.
Una rifondazione della politica, quindi, che riparta dalla analisi del soggetto e delle sue interazioni col mondo.
Che qualcuno, da qualche parte, seppure tardi, seppure in infima minoranza, cominci a farlo mi pare, come le dicevo, motivo di conforto.
Affezionatamente, il suo devoto ammiratore


Caro Norman,
Lei è una miniera di stimoli. Faccio fatica a dissentire anche da una sola parola del suo scritto e questo non è bello e utile per una dialettica “pepata” ma siccome Lei parla con profondità di temi quali la violenza e la “sofferenza/rinuncia/possibilità di gratificazione” degli individui fino a quello della “profonda crisi della politica in Italia (e non solo) e la disgregazione sempre più evidente della coesione sociale di questo Paese (e non solo)” mi chiedo: per caso tutto questo ha a che fare con il fatto epocale di cui siamo spettatori in questi giorni? Il principe della violenza, Bin Laden, morto con modalità violente per mano di un regime democratico con modalità non ortodosse. Per chiarezza, una morte che non mi fa disperare.
Scrivi un commento