The Bombay Bicycle Club

By Giancarlo Magnanelli | Musica

The Bombay Bicycle ClubNon posso fare a meno di ammetterlo, con i Bombay Bicycle Club ho preso una grossa cantonata.

Sulle prime ho pensato ad un tipico gruppo indiano, tutto lamenti e sitar, buono giusto per accompagnare qualche scena di un film bollywoodiano tutto odoroso di melassa. Poi invece, quando i brani di Flaws, il loro album del 2010, hanno cominciato a girare sul mio I-pod ho pensato tra me: “Ecco i nuovi Turin Brakes!”

Mi è sembrato quasi di fare un tuffo nel passato, parlo del triennio 2001 – 2003, quando il duo Knights – Paridjanian, appunto in arte Turin Brakes, guadagnava notorietà e credibilità artistica grazie ai primi due riuscitissimi Lp. Magari qualcuno che ha assunto di recente massicce dosi di fosforo li ricorda protagonisti del warm-up act durante una indimenticata tournée italiana dei Coldplay.

Flaws è un album interamente acustico, spumoso e leggero, che ammicca al passato, tutto intriso com’è da venature folk di mirabile caratura. Una manciata di brani di breve durata, l’album supera a malapena i 30 minuti, tutti costruiti alla perfezione attorno alla voce modulata del cantante Jack Steadman.

Se Devendra Banhart fosse cresciuto a Crouch End, a nord di Londra, anziché a Caracas, forse avrebbe composto una canzone come “Dust on the ground” dei nostri amici BBC.
Eppure questo “Flaws” non è l’album di esordio di questi giovani school mates londinesi. Nonostante la giovane età i quattro suonano insieme dal 2005 e nel 2009 hanno pubblicato un primo album dal titolo “I had the blues but I shook them loose”, che dopo soli 12 giorni dalla pubblicazione, si è ritrovato al numero 46 delle charts del Regno Unito. Un album tutt’altro che acustico, sospeso tra sonorità indie rock e echi di pop prettamente britannici. Un album che è valso da solo il passaggio immediato alle scuderie “Island records”, la nomina a miglior band emergente da parte della rivista NME e un premio consegnato nelle loro mani da sua santità Paul Weller.

Il romantico nome della band è preso a prestito (per loro stessa ammissione) da un negozio di take away indiano e ricalca un po’ l’idea che nel 1982 illuminò le menti di Tracey Thorn e Ben Watt. I due, ben più noti come “Everything but the girl”, scipparono lo slogan di un negozio di arredamento della loro città: Hull, ancora una volta la vecchia e amata Inghilterra. Gli affezionati clienti di quel negozio venivano esortati a portarsi via a poco prezzo qualsiasi articolo presente all’interno. Tutto tranne, ovviamente, la ragazza che vi lavorava.
Per ricapitolare: una partenza in perfetto stile indie rock, poi la svolta folk del secondo album e un terzo lavoro in uscita (pare) per il settembre 2011.

E sembra pure che, decisi sistematicamente a spiazzare fans e giornalisti, alcuni brani di questo terzo LP saranno ancora prodotti, come in occasione dei primi due, dall’affermato e noto Jim Abiss, ma almeno 3 canzoni saranno affidate all’estro di Ben Allen e Craig Silvery, rispettivamente produttore di “Animal Collective” e sound engineer di “Arcade Fire”.
Pare proprio che i quattro ciclisti amanti del cibo indiano abbiano le idee ben chiare per il loro futuro, non trovate?
“Palla lunga e pedalare”, si direbbe dalle nostre parti; chissà se a nord di Londra esiste un detto almeno in parte somigliante …

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One Response to The Bombay Bicycle Club

  1. Certo che ricordo i turin brakes in piazza a fano prima dei coldplay! Bella Gianca.

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