Donne tunisine: appunti per il futuro

By Marta | Coscienza civile, News

Sbarchi a LampedusaMentre pranzo scorrono davanti le immagini dei nuovi sbarchi a Lampedusa. I soliti tunisini che al posto di andare “fora di ball” [cit.] continuano ad approdare sulle nostre coste per “rubarci il lavoro”. Che tra l’altro non c’è nemmeno. Notizie contornate da un’infinita serie di banalità e di giochi d’intrattenimento del Premier che compra case per l’occasione, per poi farle sparire il giorno dopo.
Hanno ottenuto la libertà facendo cadere il regime di Ben Ali che altro vogliono questi tunisini? Perché non se ne stanno a casa loro?

Cerco tra i blog e trovo subito la risposta. Diretta, secca. Safouan dice“ Non c’è libertà senza lavoro né soldi”. Niente di più chiaro, semplice e vero. Non il nostro “il lavoro nobilita l’uomo” ma semplicemente “il lavoro permette di mangiare”. Alla “nobiltà” non si pensa a pancia vuota.
E’ stata, infatti, principalmente la disoccupazione ad innescare la scintilla della rivolta in Tunisia che poi si è sparsa per tutto il Nord Africa. Disoccupazione che da sempre spinge i giovani algerini, tunisini, egiziani ad approdare sulle nostre coste, quale molo naturale dell’Europa.

Ma che succede a quelli che restano? O meglio direi a quelle che restano visto che di donne nei barconi degli immigrati se ne vedono ben poche. Che succederà adesso a quelle giovani donne che hanno partecipato attivamente alle piazze a Tunisi così come al Cairo o a San’à?
E’ difficile fare previsioni in questa prima fase di assestamento, fatta di governi provvisori e di spaccature interne agli stessi rivoluzionari come avviene oggi in Tunisia dove i manifestanti si dividono in due gruppi: quelli del presidio della Kasbah (sotto il palazzo del governo, sostenitori ferventi della Rivoluzione) e della Kobba (quartieri residenziali di Tunisi Nord dove si auspica un veloce ritorno alla normalità).

Penso alla storia italiana e rifletto. I periodi in cui gli uomini non c’erano, perché impegnati in guerra, al fronte, hanno rappresentato (pur nella loro drammaticità) importanti punti di svolta nell’emancipazione femminile. Durante la Prima Guerra Mondiale i posti di lavoro, lasciati dagli uomini chiamati al fronte, vennero occupati dalle donne, nei campi, ma soprattutto nelle fabbriche. Circolari ministeriali permisero infatti l’uso di manodopera femminile fino all’80% del personale nell’industria meccanica e in quella bellica (da cui le donne erano state escluse con una legge del 1902).

Stessa cosa durante la Seconda Guerra Mondiale, Diritto al voto delle donne. quando il Fascismo dovette rapidamente rimangiarsi vent’anni di retorica maschilista (secondo il Duce la donna doveva “obbedire, badare alla casa, mettere al mondo figli e portare le corna”) per convincere le donne ad uscire di casa a riprendersi i posti dei mariti, dei fratelli e dei padri partiti per il fronte. La donna tornò così, nell’emergenza del conflitto, a ricoprire ruoli pubblici. Il ritorno al lavoro e la successiva esperienza della Resistenza rappresentano una passaggio decisivo nel riconoscimento del ruolo della donna nella società italiana. Nell’immediato dopoguerra le donne ottennero così per la prima volta il diritto di voto e nell’Assemblea Costituente ne furono elette 21.

Alla luce di ciò mi chiedo: adesso che molti uomini tunisini sono emigrati a Nord, che succederà nella loro patria in cui madri, figlie e mogli rimangono ad aspettarli? Sarà un’opportunità per “prendere in mano la situazione” ed entrare in settori prettamente maschili? Va detto che le donne tunisine godono già di “privilegi” maggiori rispetto alle altre sorelle arabe. Tra i paesi musulmani, dove un hadith (detti di Maometto tramandati nel tempo) recita “mai conoscerà prosperità il popolo che affida i suoi interessi ad una donna”, le donne tunisine rappresentano il 23% dei deputati in parlamento (21% in Italia, veline comprese) e già dal 1956 hanno ottenuto il divorzio (introdotto solo nel 1970 nell’ordinamento italiano e “confermato” in referendum nel 1974) e il permesso all’aborto (1978 in Italia).

Volendo, inoltre, guardare all’erba del vicino, la tendenza a sostituirsi agli uomini in lavori ritenuti prettamente maschili è già realtà nella vicina Algeria, dove anni di emigrazione degli uomini verso l’Europa, hanno permesso alle donne di raggiungere posizioni elevate nella società. In Algeria infatti il 70% degli avvocati e il 60% dei giudici è donna. Le donne inoltre guidano taxi, vanno all’università in numero maggiore rispetto ai loro coetanei maschi e soprattutto molte di loro sono oggi ferventi attiviste.

In previsione delle elezioni per l’Assemblea Costituente del 24 Luglio, la paura maggiore per le donne tunisine è proprio quella di un ritorno al passato (sebbene molto recente) con un “riciclo” della classe dirigente di Ben Ali così come sostiene Emna Aoudi, sindacalista dell’UGTT (Unione Generale dei lavoratori tunisini che ha ricoperto un ruolo fondamentale nelle manifestazioni) e membro del’Ufficio Nazionale della Commissione delle Donne. In una recente intervista la Aoudi alla domanda “Come donna sindacalista, come vede il futuro?” ha risposto “Sono molto preoccupata per i diritti delle donne, perché esiste la minaccia di un ritorno dell’RCD (Rassemblement Constitutionnel Démocratique ex partito di Ben Ali sciolto dal tribunale di Tunisi con l’accusa di aver violato la Costituzione essendosi strutturato come partito unico e quindi “totalitario” n.d.r.) e degli islamisti, ma in un contesto che non è il loro.Vive la libertè Un contesto di modernità, di uguaglianza tra i sessi, di protezione del Codice dello Statuto personale. Ma come donna lavoratrice, credo nella modernità […]. Le elezioni del 24 Luglio rappresentano una grande sfida. Faccio appello a tutte le persone democratiche e ai giovani che hanno sventolato e chiesto a gran voce libertà, uguaglianza, dignità e democrazia, a difendere la rivoluzione, a recarsi alle urne scegliendo coloro che rappresentano un progetto di società tunisina moderna, aperta, democratica, in linea con il suo patrimonio storico: una modernità che ingloba la laicità, il comunismo…faccio appello alle donne perché siano vigili, perché non si fidino di chi vuole riportarle indietro e riportare la donna al focolare.”

Pare proprio che le donne tunisine non siano affatto disposte a perdere quanto conquistato fino a qui soprattutto in termini di laicità. Sono uscite per strada a protestare e non hanno affatto intenzione di rientrare in casa.

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