8 Marzo: Essere donna in Italia, tra precarietà e disoccupazione!

By Everardo Dalla Borsa | Economia, News

Amante a progettoE’ la festa della donna, ed il modo migliore per celebrarla è forse quello di denunciare in che condizioni ancora si trovi, rendendo onore alla sua fatica di essere degnamente riconosciuta. Mi concentrerò sul mondo del lavoro – essendo questo il sostegno che dovrebbe consentire a tutti una vita dignitosa e sufficientemente libera – e sull’Italia.

Bisogna dire che il contesto globale è di impoverimento in tutto il mondo occidentale e che, oltre ad un peggioramento delle condizioni economiche, si assiste all’erosione dei diritti civili, acquisiti faticosamente in decine d’anni.

La tendenza imperante pare essere quella di combattere i problemi dell’economia (e della finanza…) tagliando lo stato sociale.
Per quanto riguarda in particolare la condizione lavorativa femminile, di cui vogliamo occuparci ogg, in Italia siamo addirittura messi peggio del resto dell’Europa!

A testimoniare ciò, gli studi appena comunicati da Eurostat – l’ufficio statistico della Comunità Europea – tra i quali vorrei evidenziare quello forse più indicativo, e strettamente connesso all’aspetto più connesso alla condizione femminile, la maternità. Ebbene, come percentuale di donne occupate siamo al penultimo posto, dietro solo all’isola di Malta, a notevole distanza dagli stati più importanti del continente. E questa percentuale scende notevolmente, e progressivamente, considerando le donne con uno o più figli.

La media europea di donne occupate (tra i 25 ed i 54 anni) è infatti pari al 75,8%, ma in Italia scende al 63,9%, migliore solo del 56,6% di Malta; la Spagna ad esempio, pur in grave crisi economica, sta al 68,4% e la Francia e la Germania ben al 78,7% e all’81,8%.
Vedete che c’è una netta differenza, tra il nostro stato e tutti gli altri del continente.

E questa aumenta, andando a considerare le donne con figli. Ad una media europea di donne occupate con un figlio pari al 71,3% (69,2% con 2 figli), l’Italia rimane sempre penultima (davanti a ancora alla sola Malta) con un misero 59% (e 54,1%, sempre di donne con 2 figli), contro il 63,2% (e 60,3%) spagnolo e il 78,1% (e 78%) della Francia, e il 76,5% (e 72,6%) della Germania.

Volendo cogliere l’essenza di tutti questi numeri, quello che emerge in modo abbastanza evidente è come sia davvero difficile in Italia essere donna, madre, e lavoratrice. A dispetto delle sbandierate politiche a sostegno della famiglia.

A riprova di ciò, anche qui abbiamo un triste record: per le politiche di sostegno alla maternità e alle famiglie viene attualmente destinato solo il 4,7% del Pil, percentuale che ci colloca al penultimo posto nella UE a 27 stati, dove la media è dell’8,26%, quasi il doppio.

Secondo un’altra indagine, questa volta realizzata da Ipr Marketing per la Camera dei deputati, le madri riescono a far fronte agli impegni di lavoro solo se supportate in toto da parenti e amici. E’ notevole infatti la mancanza di strutture pubbliche di sostegno e di servizi privati a costo sostenibile.

La flessibilità sarebbe forse la soluzione più adatta a conciliare le esigenze della maternità, con la possibilità di mantenere un lavoro. Ovviamente parlo della flessibilità reale, in particolare di orario e di turni, e non certo di quella che è stata fatta digerire ai cittadini fino ad ora, tendente all’equivalenza con la precarietà.

L’unico risultato della famigerata riforma del lavoro, ad oggi, è stato la creazione di tipologie di contratto che rendono più facile al datore di lavoro licenziare i dipendenti, e non certo a questi il mantenerlo. Soprattutto se donne.

Social Watch, rete di organizzazioni non governative attiva in 60 paesi, definisce a questo proposito l’Italia «un paese che scivola in basso, incapace di affrontare la crisi economica e di guardare al futuro» descrivendo il nostro come un paese «in caduta libera», dove è peggiorata soprattutto la condizione dei giovani e delle donne.

Nel 2009, per la prima volta dal 1996, il tasso di occupazione femminile ha fatto registrare un segno negativo, ed il tasso di inattività femminile (cioè di donne fuori dal mondo del lavoro) è particolarmente elevato, arrivando a toccare il 50%, circa il 13% oltre la media UE.

Per i giovani non va molto meglio, e voglio sottolineare il costante aumento dei cosiddetti Neet (Not in education, employment or training), i giovani che non lavorano e non frequentano nessun corso di studi o formazione, che sono ormai oltre due milioni, il 21,2% di quelli tra i 15 e 29 anni, il peggior risultato in Europa.

Tornando alle donne, per fare un altro esempio, nonostante il numero di laureate sia da anni maggiore di quello degli uomini, queste sono solo il 21% dei deputati e il 18,3% dei senatori (collocandoci al 56° posto nella classifica mondiale per la presenza femminile in Parlamento) e solo poco meno del 10% dei sindaci è donna.

Sono poche anche le donne manager in Italia: solo il 4% dei membri dei consigli d’amministrazione, anche qui con una media tra le più basse in Europa. Fanno peggio solo Bulgaria e Romania, mentre in Norvegia si arriva anche al 41% di donne nei management.

A fare il punto questa volta è un approfondito reportage del Wall Street Journal.

Chiudiamo con una curiosità: a differenza di quanto avviene da noi, negli Usa le donne sposate e con famiglia sono più apprezzate delle single, perché viene riconosciuto loro un maggiore senso di responsabilità, anche nel lavoro…

Everardo Dalla Borsa
everardodallaborsa@gmail.com

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About The Author

Everardo Dalla Borsa
Everardo Dalla Borsa è uno strano personaggio che come un supereroe è stato segnato da una esperienza singolare (come per Obelix la caduta da bambino nel pentolone della pozione magica). Everardo – giovane comunista, idealista e ambientalista con una passione per Salvador Allende – invece che nel pentolone è caduto nella fascinazione per le brillanti corrispondenze dalla borsa di Milano (anni’80) di Everardo Dalla Noce generandosi così uno strano personaggio capace di osservare i fenomeni della borsa con uno sguardo critico e disincantato.

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