Parte 2

Situazione economica mondiale al 2010Cari amici, bentrovati! Avevamo un discorso aperto dalla volta scorsa, in cui riscontravamo come molti dei concetti proposti nelle vecchie puntate dal titolo “Alla faccia della ripresa” si fossero rivelati purtroppo azzeccati. Si parlava già allora infatti di come la famigerata ripresa economica mondiale fosse viziata dal problema del debito pubblico degli stati, di come ciò si ripercuotesse sui rating, cioè sulle valutazioni, degli stati stessi, e di come questi avessero dovuto improvvisare manovre di lacrime e sangue per risistemare i loro bilanci disastrati.

L’interrogativo con cui ci siamo lasciati un mese fa era legato proprio a questa situazione: è più importante rimettere in sesto i conti pubblici, tagliando risorse e magari aumentando tasse – mettendo così a rischio una ripresa che già comincia a mostrare spiccati segni di cedimento – o è meglio continuare a foraggiare il sistema economico, aumentando il debito pubblico, ma sperando di non fermare di nuovo il sistema produttivo? E ponevamo un nostro dubbio: questo sistema socio-economico, che ha creato già così tanti danni, è proprio il migliore possibile? Ma entriamo un pò nei dettagli, dando qualche numero. Indubbiamente l’economia non si è rifermata del tutto, ma sta messa davvero maluccio. Prendiamo gli Stati Uniti, ancora il fulcro di questo capitalismo: a giugno 2010 i dati sulle vendite di case ci hanno mostrato, alla fine del programma di incentivi pubblici, un incredibile crollo del 32,7%!

Dennis LockartNon se la cavano meglio le vendite di beni durevoli, ad esempio, cioè quei prodotti, come ad esempio l’abbigliamento, o le auto, che hanno un uso prolungato nel tempo. Dice Dennis Lockart, della FED (la banca centrale americana, che si suddivide in grosse filiali nei vari stati) di Atlanta: “il rialzo dei consumi ha sorpreso molti nel primo trimestre dell’anno, ma nel secondo i consumatori sembrano aver messo via i portafogli!”. Sempre un altro ufficio FED, questa volta di Dallas, ci indica che l’attuale composizione della crescita economica è fonte di preoccupazione, perchè il recupero è affidato per ben il 57% alla ricostituzione delle scorte. Vi ricordate? Avevamo detto anche questo, e cioè che dopo il blocco della produzione dovuto alla crisi del 2008, le ditte avevano svuotato i magazzini, smettendo di produrre. Nel 2009 semplicemente hanno ricominciato un pò a riempirli, dando l’illusione di una ripresa dei consumi, anche grazie agli incentivi fiscali riversati su tanti settori.

Vogliamo aggiungere che dal mese scorso è ricominciata pure la distruzione di migliaia di posti di lavoro, dopo qualche mese di recupero, peggiorando ancor più la situazione dell’occupazione? Per chi riempiono i magazzini i rivenditori al dettaglio? Non è che in Europa vada molto meglio. Tutti questi dati non fanno che riportare in auge lo spettro, da noi già paventato tempo addietro, della famigerata “double dip recession“, come la chiamano gli anglosassoni: una doppia recessione, intervallata da una breve ripresa, quella cui avremmo appena assistito tra 2009 e 2010. Sembrerebbe a questo punto concretizzarsi una risposta al quesito iniziale: se la ripresa è così in bilico, bisognerà continuare a fornirgli benzina, e non stringere la cinghia dei bilanci pubblici. Insomma fornire nuovi stimoli, economici e fiscali, prima di pensare a risanare i debiti.

G20 TorontoLo stesso FMI, al recente G20 di Toronto, ha sentenziato che, senza un programma di investimenti a lungo termine, e senza crediti freschi, sarà difficile immaginare una ripresa dell’economia. Prospettando una perdita di 4mila miliardi di dollari di Pil in 5 anni e altri 30 milioni di disoccupati. Ma gli stati, e le banche, saranno ancora in grado di portare questo tipo di aiuto? O andranno incontro al collasso? Usare la stessa soluzione di sempre, cioè immettere denaro all’infinito nel ciclo economico, salverà il sistema, o lo porterà a sprofondare del tutto?

Cerchiamo qualche altro indizio! Dalla Spagna è rimbalzata di recente la notizia del crack di Sacresa, uno dei principali gruppi immobiliari spagnoli, numero uno del settore in Catalogna. E non è il primo del genere a fallire. Sempre qui, nello stato iberico, sembra che le Cajas, le casse di risparmio spagnole, quelle che concedono prestiti per gli acquisti sugli immobili, stiano nascondendo perdite ingenti. Hanno prima finanziato la bolla immobiliare con prestiti che ora non riescono più ad esigere, e ne sono fallite anche di queste già diverse, costringendo lo stato ad intervenire per salvarle. Cambiando stato e soggetti, in Italia non ce la caviamo molto meglio, se al 31 maggio ben 150mila domande di sospensione del pagamento di debiti delle PMI (piccole e medie imprese) sono state accolte, per un valore vicino ai 60 miliardi di euro, grazie alla moratoria lanciata da governo e banche. Inoltre, secondo Bankitalia, il debito pubblico ha raggiunto ad Aprile il livello piu’ alto di sempre: 1.812,790 miliardi di euro.

Naoto KanCambiando continente, il premier del Giappone, Naoto Kan, ci dice che il paese del Sol Levante rischia di trovarsi nelle condizioni della Grecia, se non risanerà il proprio debito, arrivato a dimensioni più che preoccupanti. Ma torniamo per un attimo indietro, agli USA: qui il nuovo anno per gli stati federali si è aperto con un deficit complessivo di 89miliardi di dollari. Già in un numero passato avevamo detto della California, vicina al fallimento, o di problemi di qualche città, come Chicago. Bè, adesso sono molti gli stati a mettere in guardia che, senza aiuti, saranno costretti a tagliare servizi e dipendenti pubblici! Può bastare? Adesso come la mettiamo?

Torniamo al punto di partenza. Se è vero che servono aiuti economici alla ripresa, è vero anche che il sistema affoga nel debito, pubblico e privato, e che anche questo debito alla lunga rischia di sfociare in recessione. Pare essere un circolo vizioso, insomma, da cui sarà difficile uscire. Secondo alcuni analisti, le misure di austerità sono dannose perché deprimono l’economia, e la contrazione della spesa pubblica frena poi il gettito fiscale. Secondo altri, si deve continuare sulla strada indicata, nella scorsa puntata anche da noi, regolamentando i mercati, controllando la spesa, e se possibile fornendo solo aiuti mirati, perchè il debito alla lunga logora il tessuto economico, più che sostenerlo. Ci troviamo d’accordo. Altrimenti non rimarrebbe che pensare di riassorbire la produzione in eccesso indebitando ancor più le persone…o di vendere le isole, come si ipotizzava per la Grecia!

E se invece – torniamo sempre lì, alla fine – si cambiasse la visione economica, e quindi socio-politica, del mondo? Interrompendo la produzione infinita di prodotti consumistici che, appunto, ci fanno consumare anche il pianeta? Quel concetto, indicato nella nostra prima puntata, chiamato decrescita felice. Se ci spostassimo su un nuovo tipo di produzione, che dia nuova occupazione e cominci a risanarlo, il mondo, invece di distruggerlo? La tragedia del Golfo del Messico, il disastro ambientale più grande della storia, servirà come monito per questo?

Non lo so, scusate ma sono avvilito, e temo rimanga il sogno di un vecchio come me, perchè mi ritrovo, tra le mani, un foglietto con un appunto con quest’ultimo dato: nel decennio, la spesa militare globale è cresciuta del 49%, ed il PIL del mondo del 24%; nel 2009 è salita del 6%, e per il 2010 è attesa in aumento di un altro 5%, capitanata dagli USA, seguiti da Russia, India e Cina. Poi mi chiamano pessimista… Vi saluto così,con mestizia. E vi ricordo che potete trovare gli audio e i testi di tutte le puntate sempre qui, su Radio Pereira, nell’apposita sezione delle rubriche. Un saluto, in cerca di un mondo nuovo, di un uomo nuovo…