Patria o Muerte
Dicono che Fernando avrebbe dovuto tornarsene a casa tranquillamente per poter chiedere ed ottenere tutto ciò di cui aveva bisogno, per essere soddisfatto delle imprese compiute nonché per continuare a vivere a testa alta, adorato da un popolo che doveva a lui la propria libertà. Ma allora anche Giovanna D’Arco avrebbe potuto trovarsi un ricco marito senza mettersi nei guai, Gesù poteva stare zitto invece di essere freinteso e Otto Lilienthal poteva scrivere un libro invece di schiantarsi al suolo per provare a volare.
Tante storie si incontrano lungo i percorsi che ognuno si prefigge di affrontare. Occore solo una particolare predisposizione nell’ascoltare le persone.

Io incontro Celestino, un boliviano di trentadue anni mal dimostrati. Ha una macchina e vuole accompagnarmi lungo La Ruta, o meglio, ha comprato un mezzo che gli permetta di lavorare per potersi costruire una casa.
In sintesi: non ha una casa ma ha una macchina. Solo che ha anche una moglie e sei figli. E trentadue anni.
[per amore dell'economia del racconto mi fermo qua o rischio di dilagare sulla tradizione]
Contratto i non limiti della sua gentile compagnia e partiamo. Una montagna ci divide da La Higuera, precisamente sei ore d’auto.
La natura si fa sempre più fitta, è un piacere, ed in sei ore d’auto cambio cinque ecosistemi. Celestino mi racconta la storia di suo nonno, morto per difendere i diritti dei contadini boliviani, mentre ascoltiamo del Mariachi boliviano.
Giungo a La Higuera in tarda notte, precisamente nella scuola dove venne fucilato Ramòn.

el pueblo

Una gentil donna ancora sveglia [e soprattutto ancora viva] mi racconta del suo incontro con Teté all’epoca che fu mentre sua figlia prepara della quinua e una frittata: “..stavano scavando un tunnel sotterraneo che gli avrebbe permesso di cibarsi di nascosto da un orto qua vicino.. non mangiavano da tempo, così diedi loro delle patate. Noi contadini sapevamo tutti che lui e i suoi amici fossero da queste parti così come loro sapevano benissimo che quasi noi tutti fossimo dalla loro parte.. la ricompensa era troppo alta perché nessuno parlasse, così l’esercito boliviano li rintracciò in circa un anno. Mi dissero che Martìn necessitava urgentemente le sue medicine per la forte asma che lo affliggeva, così sono salita sul mio mulo, direzione Vallegrande, ma da quel giorno non ho più visto nessuno..”
Io già piangevo da venti minuti.
Finisco il vino ed esco ma è notte fonda e ci sono solo insetti. Conto sedici edifici, non di più.
Sembra che mamma Bolivia si sia dimenticata un borgo nella campagna.
Non c’è nemmeno una luce accesa, anzi si, laggiù in fondo. Mi propongo con discrezione. Inaspettatamente mi accoglie una coppia di rivoluzionari francesi cinquantenni che hanno abbandonato l’Europa per trasferirsi a La Higuera. Da circa quattro anni ricevono turisti tra le loro mura. Io so il francese e loro l’italiano ma preferiamo lo spagnolo. Dicono che ogni mattina si svegliano, vanno a pregare alla scuola per gettarsi poi nei campi, dove lavorano fino a notte. Mi chiedono se voglia fermarmi a dormire con loro ma ho già promesso alla scuola che passerò la notte tra le sue pareti.

Scuola boliviana

Così succede. Non c’è elettricità e la mia torcia non cattura un mulo che si è messo a dormire tra la porta di legno sul retro ed il lavabo esterno (chiamato “bagno” con ottimismo) al quale mi sto dirigendo. Praticamente gli finisco in braccio ed iniziano ad abbaiare tutti i cani del mondo. Debacle.
Celestino preferisce dormire in macchina.
Non riesco a capire se col sacco a pelo sia caldo o freddo e perdo il conto di quanti insetti mi hanno punto. Mi sembra di percepire la presenza delle anime dei ragazzi uccisi qua dentro, sono momenti veramente intensi. I pensieri non vogliono soccombere al sonno ma neanche trecento minuti e sono già in piedi, zaino in spalla. Sta albeggiando quando scendo il ripido sentiero che porta al fiume dove gli amici svolsero la loro ultima battaglia. Attraverso ruscelli, campi di patate e pannocchie e mi addentro nella quebrada per tre ore. Finalmente giungo alla ficaia che da il nome alla città. Celestino mi mostra dei proiettili ancora conficcati in una roccia e, poco più avanti, migliaia di bandiere, fiori e scritte di persone provenienti da tutto il mondo fanno di una semplice radura la meta finale di un lungo pellegrinaggio.
Abbandono La Higuera con un senso di rabbia ed impotenza pensando come sia possibile che uccidere sia ancora, e forse sarà per sempre, la più efficace via di comunicazione per farsi ascoltare davvero.
Mi fermo infine a Vallegrande per visitare il lavatoio dove il corpo di Fierro venne esposto per l’ultima volta a migliaia di persone nonostante il governo boliviano, manipolato dalla CIA, abbia tentato di nasconderlo seppellendolo sotto la pista principale dell’aeroporto militare per evitare che la città divenisse un luogo di culto.
Di li a poco incontro un signorotto panciuto che mi racconta una storia d’amore: da tanti anni una squadra di medici cubani opera volontariamente in tutto il paese per garantire sostegno sanitario ai mai privilegiati contadini locali. Tutto questo non in onore di una persona sola, bensì in ricordo del suo insegnamento: lottare per l’uguaglianza dei diritti, non importa di chi, non importa dove e quando.

Revolucion

Lascio la campagna alle spalle ed in fronte appaiono le Ande. Mi attendono venti gelidi e paesaggi dimenticati dall’uomo.
Sono pronto, forse più maturo.