Mi scrive un giovane musicista,
a proposito di una emozione suscitata in lui da una storia accaduta prima che lui nascesse. Mi ha colpito la sua strabiliante lucidità nel vedere nelle speranze del giovane Bert Sommer del 1969 lo stesso disorientamento dei giovani di oggi. Purtroppo c’è una differenza in peggio, le prospettive del mondo sono molto meno invitanti di allora. Ma il diritto al futuro dei ragazzi d’oggi rimane inalienabile.
E io tifo a corpo morto per loro, per voi.

Pereira

Per resistere al brutto oggi come oggi bisogna guardare al passato, il presente fa schifo e il nostro futuro lo stanno decidendo un gruppo di anziani che poco vedranno delle ripercussioni delle loro attuali decisioni.
Perciò, da appassionato di musica, mi ha fatto emozionare questa storia quando ne sono venuto accidentalmente a conoscenza.

Woodstock 1969, siamo alla giornata di apertura, Venerdì, il concerto è iniziato da poche ore, un ragazzo di nome Bert Sommers (famoso all’epoca perchè aveva recitato in Hair, musical sui figli dei fiori) è invitato a cantare qualche pezzo per intrattenere il pubblico.

L’esibizione scorre senza nessun intoppo, Bert canta bene e ben si intona con il sound folk della prima gionata del concerto. La troupe di Michael Wadleigh che realizza le riprese e che renderà mitico quel concerto a distanza di anni, è sotto il palco ma riesce solo a registrare un brano “Jennifer”, la bobina e i nastri sono troppo corti per riprendere tutto il concerto di Bert, quindi nel film-documentario entra solo quel pezzo.

Ma Bert canta più di un’ora, intervallando sue composizioni con cover di altri artisti, una delle quali è “America” di Paul Simon. Il pubblico apprezza, apprezza così tanto che alla fine di quel pezzo si alza in piedi, e quando dico il pubblico sapete che stiamo parlando di quasi 500 mila persone. Tutte lì, in piedi, ad applaudire un cantante, la guerra in Vietnam era tragicamente alla fine, il mondo andava in una direzione e loro in piedi, nudi, sporchi, ma maledettamente felici a cantare insieme a lui “We’ve all come to look for America”. Loro l’America la cercavano non sapendo che dentro di loro l’avevano già trovata.

Pensate quanto potente può essere una canzone quando dietro alle parole c’è una folla mossa pacificamente dal desiderio di condividerle.
E’ stata l’unica standig ovation del festival. Artisti ben più famosi, idolatrati che suonarono dopo di lui non ricevettero la stessa ricompensa. L’hanno riservata a lui che troverà la morte poco tempo dopo per una stupida malattia respiratoria.

Quella canzone è stata tenuta per troppo tempo nelle custodie di non so quale personaggio. Ora l’hanno resa pubblica, finalmente anche noi possiamo, sentendola, capire perchè Paul Simon disse “this song is the best cover of my music by any performer”. Buon ascolto.

Lorenzo Pianosi

“Let us be lovers we’ll marry our fortunes together.”
“I’ve got some real estate here in my bag.”
So we bought a pack of cigarettes and Mrs. Wagner pies
And we walked off to look for America.
“Kathy,” I said as we boarded a Greyhound in Pittsburgh
“Michigan seems like a dream to me now
It took me four days to hitchhike from Saginaw
I’ve come to look for America.”

Laughing on the bus;
Playing games with the faces;
She said the man in the gabardine suit was a spy;
I said “Be careful his bowtie is really a camera.”

“Toss me a cigarette, I think there’s one in my raincoat.”
“We smoked the last one an hour ago.”
So I looked at the scenery, she read her magazine
And the moon rose over an open field.

“Kathy, I’m lost,” I said, though I knew she was sleeping.
“I’m empty and aching and I don’t know why.”
Counting the cars on the New Jersey Turnpike:
They’ve all come to look for America
All come to look for America
All come to look for America