Un infermiere ad Haiti

By Pereira | Viaggi

In un altro tempo, in un altro mondo, questo sarebbe stato il titolo di un B movie, una parodia dei film di Gene Kelly e Fred Astaire.
Oggi purtroppo è il titolo del diario di un infermiere che è andato a offrire il suo aiuto nella nazione più martoriata e segnata dalla povertà e dall’assenza di un dio e di una sua eventuale giustizia.
Il protagonista si firma “Riccio” e scrive all’amico “Pulcio” quasi a segnalare con questi affettuosi e amichevoli diminutivi il bisogno non solo di raccontare, ma anche di rifugiarsi anche solo per pochi minuti in un momento di regressione, di fuga, da una realtà molto pesante anche per chi presta soccorso.
Figurarsi per le vittime.
Pereira

Haiti dopo la catastrofe
Diario di un infermiere professionale volontario – 1

Port-au-Prince, 12 febbraio 2010

Ciao Pulcio,
riesco finalmente a scriverti anche se con molte difficoltà, qui i collegamenti sono estremamente complicati anche se ci hanno promesso una rete più stabile al campo per i prossimi giorni.

E’ quasi inutile che io descriva quello che c’è da queste parti perché le parole che ho a disposizione non sono sufficienti. Il terremoto ha solo reso più devastante la “vita” di questi circa 4.000.000 di esseri umani che già prima era difficile definire tale.

Gli americani sono arrivati qui (forti dell’amicizia del governo con l’ex dittatore Aristide) ed in pratica hanno conquistato il paese con un vero e proprio esercito che ha invaso e controlla quasi tutto. Due sacchi di riso a chi ha fame ed il gioco è fatto. La CNN trasmette a ciclo continuo uno speciale su questa tragedia, così da rendere in patria più vera la missione umanitaria.

Ma veniamo a noi, il lavoro è tanto anche se l’ospedale da campo ora ha finito la prima fase di emergenza, è per questo che da domani iniziamo ad andare sul territorio trasportati da elicotteri, laddove vi sono missionari italiani e dove non è arrivato nessun tipo di aiuto.

Che dire, tante persone si sono messe a disposizione ed il bello è proprio questo, noi siamo a dare a una mano in questo ospedale che il gruppo di Pisa ha messo in piedi di fianco all’Ospedale Pediatrico S. Damien della fondazione Rava (in rete si trovano delle foto), pieno tra l’altro di gente che viene qui ad aiutare da anni.

E’ comunque questa una realtà che sembra non avere speranze per il futuro, è tanta la miseria, la sporcizia ed il contatto continuo con la morte che già oggi, a neanche un mese dall’evento, la gente non fa altro che raccattare i mattoni ed i muri che le sono caduti addosso per poi rimetterli su, magari appoggiati uno sull’altro (…e non è un’immagine poetica!!!).

Adesso ti saluto e spero che le condizioni mi permetteranno di mantenere contatti costanti, saluta tutti ed a presto.
“Riccio”

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Pereira
Della prima parte della mia vita, molti di voi già sapranno grazie ad Antonio Tabucchi, della seconda invece pochi sanno. Per carità, non che ci sia molto da dire ma visto che i ragazzi della redazione insistono... Venni qui dopo un lungo peregrinare da un paese all’altro, fuggendo da quel paese senza libertà che era diventato il mio paese, il Portogallo, negli anni ‘30. Arrivai subito dopo la guerra e mi trovai così bene da decidere di rimanere. La gente allora era accogliente, nel paese si respirava – grazie al clima di dopoguerra – una voglia straordinaria di fare, di ricostruire e anche io diedi il contributo. Oggi si direbbe che lo diedi da “straniero”, da “migrante”. Ma ero poi così straniero, cioè “estraneo” a questo paese? forse no, visto che sono ancora qui e considero questo paese come l’altra mia patria. Vedi anche questo post

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