più “Il cantante Vasco e la questione dell’identità”

Vasco Rossi - Gli spari sopraQuesto è il mio primo articolo per quella cosa bella e infernale che è il blog, tanti anni fa scrivevo per un giornale, ma oggi i mezzi di comunicazione sono molto, molto diversi. Confesso che l’esperienza mi attrae ma prego fin d’ora gli eventuali lettori di essere pazienti come è bene fare coi vecchi.

I ragazzi della Radio mi hanno spiegato che si tratta di scrivere articoli come per un giornale di carta ma il blog non è di carta; “è virtuale”, mi hanno detto, e io ho annuito come se avessi capito. L’ho fatto più per non dare loro un dispiacere che per non fare brutte figure, visto che non trovo disonorevole rinunciare a stare al passo dei cambiamenti tecnologici.
Ma prima di dedicarmi all’articolo vero e proprio vi devo dire qualcosa di me e del perché mi trovi qui in Italia.

Venni qui dopo un lungo peregrinare da un paese all’altro, fuggendo da quel paese senza libertà che era diventato il mio paese, il Portogallo, negli anni ‘30.
Arrivai subito dopo la guerra e mi trovai così bene da decidere di rimanere.
La gente allora era accogliente, nel paese si respirava – grazie al clima di dopoguerra – una voglia straordinaria di fare, di ricostruire e anche io diedi il contributo. Oggi si direbbe che lo diedi da “straniero”, da “migrante”.
Ma ero poi così straniero, cioè “estraneo” a questo paese? forse no, visto che sono ancora qui e considero questo paese come l’altra mia patria.

Scusandomi per gli accenni personali vengo all’articolo – i ragazzi li chiamano “post”, per via di un criticabile vezzo anglofono.
Dunque,
ho la fortuna di abitare vicino ad un bar che fa il caffè più buono della città (una miscela della 3essse, macchina Faema) perciò ci vado spesso e si è creata una certa confidenza con Andrea, il barista.
Andrea è un grande fan di un cantante di nome Vasco Rossi, me lo ricordo perché il cognome è lo stesso del mio indimenticato Monteiro, un ragazzo a cui devo tanto.
Pare che questo Vasco – chiamato anche “Blasco” – sia famoso e amatissimo dai suoi ammiratori. Qualche giorno fa, sapendo che Andrea era stato ad Ancona a vedere un concerto del suo beniamino, gli ho chiesto come fosse andata.
“Benissimo, volevo tornarci anche ieri sera ma ho avuto un problema.”
“Come? Ci sei andato tre giorni fa e volevi tornare ieri a vedere lo stesso concerto?”
“Sicuro – mi ha risposto come se si trattasse di una ovvietà – lo scorso mese sono stato a vederlo anche a Venezia e Roma.”
Cercavo delle analogie che mi dessero un appiglio per capire il fenomeno che Andrea mi stava raccontando e gli ho detto: “Siete un po’ come i tifosi che seguono la loro squadra in trasferta.”
“Esatto – non sapevo se essere più compiaciuto o stupito – pensa che sulla strada per Venezia, all’autogrill c’era gente diretta al concerto con le bandiere e cantava cori proprio come allo stadio.”
Questo forse è solo un dettaglio, ma mi ha messo in moto i pensieri ben oltre l’immagine di una festa. Che significa un fatto del genere, al di là dello straordinario carisma che evidentemente possiede quel cantante?
La spiegazione che mi sono dato è questa: l’uomo ha un bisogno innato di identità e senso di appartenenza, a una patria, a una causa giusta, auna religione, a un’idea politica, a un partito e via dicendo.
Oggi che il muro di berlino è caduto e con lui sono crollati tanti schemi ideologici (i partiti, le patrie, gli ideali) e perfino le fedi calcistiche sono state mortificate da dirigenti che considerano l’etica sportiva un fastidioso legaccio, rimane poco in cui credere.
E allora quel vuoto di ideali e di bisogno di identificarsi in un gruppo trovano uno spontaneo canale in ciò che trovano nel mondo, e se non c’è niente di più adatto… va bene anche un cantante carismatico.
Peccato che non siano i cantanti a decidere i destini del mondo.
Vi lascio con un doveroso omaggio al cantante Vasco.
Invece che scegliere una sua canzone (quelle le sentite su tutte le radio normali) vi faccio sentire l’originale de “Gli spari sopra”, “Celebrate” degli AN EMOTIONAL FISH.